“Durante il Grande Terrore, gli agitatori di Stalin avevano fomentato il pregiudizio antisemita, portandolo al culmine. Paradossalmente, mentre l’attenzione mondiale era rivolta alle leggi antisemite e alle persecuzione degli ebrei nella Germania nazista degli anni precedenti alla guerra, Stalin, tra i dieci milioni di vittime delle purghe, stava sterminando 500.000 o 600.000 ebrei”. [...]
(Luis Rapoport, La guerra di Stalin contro gli ebrei)
Il sito del Partito dei Comunisti Italiani, sezione di Ancona, propone le argomentazioni di un esponente del parlamento russo, la Duma, in merito alla strage di Kathyn che, subito dopo la spartizione russo-tedesca della Polonia (1939), costò la vita a migliaia di ufficiali polacchi, eliminati dalla NKVD sovietica.
Il deputato contesta le tesi che sostengono la responsabilità sovietica nell’eccidio, proponendo addirittura di perseguire penalmente la falsificazione storica.
Tragicomico il titolo scelto dalla redazione del sito per l’articolo: falsificazione dei documenti storici per fini politici
Tragicomico perché, nel corso di decenni, la ‘copertura’ ideologica di crimini commessi dalle forze sovietiche e in Europa dalle realtà comuniste durante la seconda guerra mondiale non solo è stata totale, ma molto ha influenzato sulla memoria collettiva, sulla cultura e sullo studio della storia.
A poco più di vent’anni dalla fine dell’ Impero sovietico tanti anche se purtroppo non tutti) i documenti riemersi dagli archivi del Cremlino e della Lubjanka, documenti che testimoniano efferatezze al di là di ogni immaginazione, molte delle quali compiute durante la guerra mondiale e taciute dalla diplomazia internazionale, quando il nemico vero (e comune) in Europa era il totalitarismo hitleriano.
Anche qui non è del tutto chiara la posizione del PdCI… il patto Molotv von Ribbentrop assicurò una breve ma intensa collaborazione tra i due totalitarismi, specialmente nell’epurazione di comunisti riparati in Germania (epurati in Urss o riconsegnati alla Gestapo), ebrei e nella spartizione dell’Europa orientale. Senza contare il grano dell’Ucraina, piegata dall’ Holodomor (la grande carestia pianificata da Mosca negli Anni Trenta e che causò 7 milioni di vittime), inviato ad una Germania che dal settembre ’39 al Giugno ’41 combatteva contro gli anglo francesi, questi ultimi esterrefatti dal comportamento di Stalin, silente, distaccato, disinteressato al conflitto fino al 21 Giugno 1941, quando sconvolto ebbe la notizia che l’ “amico” tedesco aveva varcato la frontiera sovietica dilagando nei territori dell’Unione.
Marco della Redazione
LA FALSIFICAZIONE DEI DOCUMENTI STORICI PER FINI POLITICI
dal sito: http://www.comunisti-ancona.it
Il deputato del Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR) Viktor Ilyujin, vicepresidente del Comitato per lo Sviluppo Costituzionale della Duma e avvocato onorario della Russia, ha denunciato durante la sessione plenaria di giugno della Duma la falsificazione su grande scala degli archivi sovietici.
Ilyujin ha chiesto l’istituzione di una Commissione di inchiesta per far luce una volta per tutte sull’eccidio di Katyn e ha proposto di introdurre nel codice penale russo il reato di falsificazione e frode degli archivi storici. Ecco quanto ha affermato nel suo discorso il deputato:
“Stimati colleghi e’ opinione comune che la storia la scrivano e la interpretino gli storici. In qualche modo questa opinione è corretta. Tuttavia noi disponiamo di prove per affermare che la storia moderna del nostro paese è stata scritta anche da falsificatori.
Il nostro gruppo parlamentare dispone di prove che, ovviamente, vanno sottoposte ad un accurata e accorta investigazione parlamentare. Negli anni Novanta del secolo passato, durante il mandato e l’amministrazione del presidente Yeltsin, e’ stato creato un poderoso gruppo di esperti in falsificazione di documenti storici della Unione Sovietica e, in particolare, di documenti riguardanti il periodo staliniano. L’obbiettivo di questa attivita falsificatoria è consistito nel discreditare l’opera del governo sovietico e nel creare assimilazioni tra stalinismo e fascismo.
Detto gruppo fu formato da membri del servizio segreto russo e vide implicato anche il 6º Istituto di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate. Questo gruppo occupava i locali degli edifici dell’ex Comitato Centrale del PCUS nella città di Nagorniy, nella regione di Mosca. E’ possibile che questo gruppo o qualcuna delle sue diramazioni continui ad essere operativo tutt’oggi.
La sua più intensa attività coincise con la declassificazione dei documenti del Politburo e del Comitato Centrale, effettuata nel principio degli anni Novanta da una commissione governativa capeggiata da Mijail Potoranin. Secondo le informazioni in nostro possesso, questi manipolatori falsificarono migliaia di documenti che furono introdotti negli archivi…
Oggi possiamo affermare che la famosa “lettera di Beria”, datata marzo del 1940, in cui Beria sollecita il Politburo del Partito Comunista dell’Urss (VKP) ad autorizzare l’esecuzione di 27.000 prigionieri di guerra polacchi, sia una falsificazione.
Noi abbiamo già presentato precedentemente un rapporto su di una investigazione di esperti per dimostrare documentalmente quanto ho appena affermato. E’ stata falsificata anche la nota riguardante la risoluzione del Politburo in cui si concedeva l’autorizzazione per l’esecuzione dei prigionieri polacchi. Vi presento il rapporto degli esperti sulla falsificazione dei documenti riguardanti la presunta collaborazione tra la GESTAPO e la NKVD. Ecco qui il rapporto.
Siamo enormemente allarmati e preoccupati per una serie di ragioni, principalmente per la falsificazione dei documenti, i quali sono stati utilizzati in pubblicazioni accademiche; questi documenti sono presentati come autentici nella letteratura storica, in documentari e opere d’arte, creando nella popolazione una visione distorta del nostro passato recente.
Ci saremmo astenuti dal fare queste dichiarazioni se non sapessimo che al principio degli anni novanta le porte degli archivi russi si aprirono liberamente alla fuoruscita di documenti e che lo Stato non si oppose, ma anzi fomentò questo disastro.
La nostra tesi è rafforzata dal fatto che l’ex consigliere di Yeltsin, Dmitri Volkogonov, consegnò alla Biblioteca del Congresso degli USA centinaia di documenti d’archivio, copie e originali, bollati come “Segretissimo” e “Segreto”. Disponiamo di timbri e postille falsificate, stampe falsificate con la firma di Stalin, di Beria e di altri. Così come di formati in bianco degli anni Trenta e Quaranta, materiale utilizzato per fabbricare documenti falsi.
Qui vi presento il fascicolo con documenti d’archivio, che contiene la corrispondenza della NKVD, del NKGB e del Commissariato del Popolo per la Difesa dell’URSS dell’epoca di Stalin. Questo fascicolo fu creato con un unico proposito: legalizzare una documentazione falsa, includendovi la lettera creata a nome dello Stato Maggiore Generale dell’Armata Rossa. Per disgrazia, questa legalizzazione fu compiuta e questi documenti falsificati circolano liberamente, anche tra gli ambienti accademici… Nel fascicolo ci sono timbri che dicono “proibita la declassificazione” e “secretare in eterno”. Quindi la domanda e’: come e’ possibile che questi documenti non si trovino più negli archivi, come e’ possibile che circolino liberamente e che siano accessibili a una gran quantità di persone?
In relazione alle mie dichiarazioni alla stampa, il direttore dell’Archivio Statale del paese Serguei Mironenko ha dichiarato che questo fatto sia impossibile e si tratti di una speculazione. Da questa alta tribuna dichiaro che: sono disposto a dimettermi dalla mia carica di deputato, se Mironenko dimostra che nessuno dei documenti di questo fascicolo si riferisce ai fatti storici degli anni Trenta e Quaranta e che non fosse obbligatorio che rimanessero negli archivi. E se lui non e’ capace di dimostrarlo che si dimetta dai suoi incarichi.
Torniamo a perorare la necessita di effettuare una inchiesta parlamentare sull’esecuzione dei prigionieri di guerra polacchi vicino a Smolensk, così come sulla falsificazione dei documenti storici. Chiediamo che si introducano modifiche al Codice Penale in materia di responsabilità per frode e falsificazione di documenti d’archivio che hanno valenza storica
Se qualcuno pensa che tutto questo abbia a che fare solo con il passato si sbaglia profondamente, tutto questo ha a che fare con il presente.”
compiacenti associazioni di consumatori per mettere in piedi il teatrino della contrapposizione degli interessi delle categorie con quelle dei consumatori fa opera di disgregazione piuttosto che di coesione sociale, genera ansia ed allarmi, inquieta la popolazione e non costruisce niente di buono e di positivo.
l’anima e l’ispiratore dei Forconi, ripercorre a ritroso la storia di un movimento nato nel maggio 2011 nelle campagne tra Ragusa e Siracusa e che sta trainando quella che viene definita da molti “la rivolta del popolo siciliano”.
naziste avevano invaso il paese. Addestrato in Scozia dal SOE (Special Operation Executive), il commando aveva il compito di eliminare Reinhardt Heydrich, governatore di Praga, gerarca nazionalsocialista, cinico esecutore di torture e fucilazioni. Il ‘boia di Praga’ morirà dopo alcuni giorni di agonia; l’intero nucleo d’assalto verrà invece accerchiato e costretto alla morte per non cadere nelle mani della Gestapo. Eorismi appunto. E una libertà non immediata, ma che arriva dopo ulteriori tempo e sofferenze. 1968.La Primavera di Praga segna l’inizio di una svolta per una nazione dal ’45 nell’orbita dell’ Urss. Il primo ministro Dubcek avanza riforme miranti a restituire un po’ di libertà al suo popolo: riduzione della censura, più libertà di stampa e di opinione. Sei mesi, dal Febbraio all’Agosto 1968, dura il clima di libertà. Poi gli eserciti sovietici e tedeschi dell’est entrano a Praga, ripristinando leggi e limitazioni infrante da Dubcek. Mesi di occupazione che, tuttavia, non fiaccano il morale dei cecoslovacchi. Il 19 Gennaio 1969 uno studente dell’Università Carlo di Praga, si reca in Piazza San Venceslao dove, prendendo esempio dai bonzi tibetani, si dà fuoco. Il giovane è Jan Palach di appena vent’anni, membro di una organizzazione di coetanei che ha scelto la linea dura, estrema del suicidio per manifestare il desiderio di libertà. In casa del ragazzo le autorità troveranno quaderni e appunti esplicativi delle motivazioni del gesto. Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a
bruciarsi per la nostra causa.
Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà Giorni di agonia e di sofferenza immane, non del tutto vani. Quel gesto aveva smosso l’amor patrio e la dignità dei compatrioti che,il 25 gennaio di 43 anni fa, parteciparono in 600 mila alle esequie. Oggi in Piazza San Venceslao una crocedi legno sul selciato ricorda il sacrificio di Jan; la vecchia piazza Armata rossa reca invece il suo nome. Nel 40^ anniversario della contestazione sessantottina Marcello Veneziani scrisse “il vero ’68 fu quello di Praga”. E’ vero. Jan Palach e, prima di lui, gli insorti di Budapest, furono i primi caduti per la nuova Europa, un’Europa da costruirsi sulle fondamenta della Libertà e dell’autonomia. Un’Europa nazione, con le sue tradizioni e i suoi valori, lontana dagli schematismi e dall’influenza delle super potenze e del libero mercato.
In realtà esistono volumi che raccontano quelle storie, così come esiste una ricca memorialistica dei reduci che permette, a chi lo desidera, di documentarsi, ma il libro di Petacco ha il pregio di raccontare sinteticamente quella storia, con un percorso che non s’ingolfa mai di dati, date e analisi noiose, ma punta più sullo scenario, sul clima, sulla psicologia di quegli uomini che sono protagonisti del suo racconto.


Sono oltre sessant’anni che in Umbria è al potere lo stesso partito, una continuità che risale al primo dopoguerra. Il mondo nel frattempo è cambiato; l’Umbria decisamente meno. I discendenti del vecchio Pci, i democratici del Pd, somigliano poco e niente ai loro progenitori, ma ne conservano i retaggi culturali. Traspare, dal fondo dei loro discorsi, l’ostentazione di quella diversità morta e sepolta con la stagione berlingueriana e la Prima Repubblica. Un’idea trasferita nella gestione di questa piccola Regione, considerata un modello di buona amministrazione; un vezzo simile a quello dell’Emilia-Romagna.
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