Nicola Bombacci.

Dicembre 16, 2009 di terninonconforme

Giuseppe Parlato, ex rettore dell’Università San Pio V ed autore del libro La sinistra fascista, è intervenuto pochi giorni fa a CasaPound portando il suo contributo ad una conferenza dedicata alla figura di Nicola Bombacci. Le parole del professore hanno messo impietosamente in evidenza quanto l’opinione pubblica e determinati settori culturali del paese siano in ritardo rispetto alle conquiste della storiografia sul tema del Fascismo. Quest’ultimo, ancora definito da più parti quale mera «guardia bianca della borghesia», è stato invece un fenomeno ricco di sfaccettature che attendono ancora di essere colte appieno nel loro insieme.

Nicola Bombacci si inserisce in questo contesto, risultando un personaggio tanto “fuori dagli schemi” quanto indicativo dei fermenti che hanno animato il nostro Paese nella prima parte del secolo scorso.
Romagnolo e socialista come l’amico Mussolini, fu un acceso ed importante esponente dell’ala massimalista del partito. In occasione del primo conflitto mondiale la sua strada e quella del futuro Duce si divisero: Bombacci si schierò contro l’intervento, allineandosi per una volta alle scelte ufficiali dei capi del socialismo italiano, con cui spesso era in polemica.
Al termine della guerra divenne addirittura segretario del PSI, per poi fondare il Partito Comunista dItalia nel 1921. Anche qui si distinse per le posizioni anticonformiste: prima appoggiò entusiasticamente l’occupazione dannunziana di Fiume, poi propugnò lavvicinamento del Fascismo allUrss, nel nome dell’anticapitalismo che caratterizzava entrambe le rivoluzioni.
Era un personaggio scomodo sia per i fascisti avviati alla conquista del potere, ma anche per i suoi stessi compagni di partito, da cui fu espulso nel 1927. Togliatti, dall’alto della sua cieca ortodossia, addusse quale motivazione la colpa di non essere abbastanza marxista e di volere «tutto e subito». Secondo lui un vero comunista non avrebbe dovuto affidarsi all’«azione diretta» di marca soreliana, ma creare le condizioni per lo sviluppo ed il crollo del sistema capitalista. Curioso che Togliatti non si avvedesse del fatto che l’Urss, ove lui risiedeva ed il comunismo era al potere, fosse allepoca della Rivoluzione dOttobre uno Stato post-feudale.
Comunque, sempre nel 1927, si aprirono per Bombacci nuovi spiragli politici in Italia. In quell’anno, infatti, Mussolini riconobbe ufficialmente l’Urss, primo fra i leaders europei. Questa scelta, dettata soprattutto da interessi economici, fu accolta con entusiasmo dal fondatore del Partito Comunista d’Italia, che cercò, tra molte difficoltà, di portare il suo contributo ideale all’interno del dibattito culturale italiano.
Interessanti a questo proposito le sue posizioni riguardo al corporativismo ed alla Guerra d’Etiopia. Egli riconobbe alla politica economica fascista una maggiore efficacia rispetto ai provvedimenti attuati in Urss, apprezzando i primi risultati raggiunti dal regime.
Ancor più sorprendente la sua lettura del conflitto coloniale italiano, che Bombacci descrisse come il naturale proseguimento sul piano geopolitico del conflitto tra «popoli giovani» e plutocrazie capitaliste.
Una tesi che portava alla mente le teorizzazioni del capo dei nazionalisti italiani Enrico Corradini, riassumibili nell’equazione: «proletari contro capitalisti = lotta di classe; popoli poveri contro popoli ricchi = nazionalismo», datata 1910.

Nel 1936 l’impegno di “Nicolino” (come era soprannominato dal Duce) fu finalmente riconosciuto grazie all’uscita della rivista La Verità (traduzione della Pravda sovietica), da lui diretta e punto di incontro di molti esponenti del vecchio mondo socialista. È in questo stesso periodo che Palmiro Togliatti pubblica il famoso «appello ai fratelli in camicia nera», in cui cerca un terreno d’incontro tra comunisti e fascisti sul programma di S. Sepolcro del 1919. Nel frattempo una personalità del calibro del filosofo Ugo Spirito, che vedeva di buon occhio un avvicinamento tra le due rivoluzioni, aveva dato il suo contributo elaborando la teoria della «corporazione proprietaria», auspicando il passaggio della proprietà dei mezzi di produzione alla corporazione, per la definitiva distruzione delle logiche del sistema capitalista. E poi come non menzionare il tentativo di Ivanoe Bonomi, membro storico del parlamentarismo prefascista, di fondare l’«Associazione socialista nazionale», assieme agli ex deputati Bisogni, D’Aragona e Caldara, disposti a collaborare con il regime.
Una serie di fermenti quanto mai interessanti e degni di nota, anche se allo scoppio della Guerra di Spagna i rapporti tra Italia ed Urss tornarono più che mai tesi. Pochi anni dopo, nel momento del breve idillio Stalin-Hitler, fu proprio La Verità (che continuerà ad uscire pressoché ininterrottamente fino al 1943, nonostante l’avversione degli “intransigenti” Farinacci e Starace) ad esprimersi favorevolmente a questa convergenza, in un’Italia fascista comprensibilmente disorientata. «(…) Eppure giorno verrà, in cui il sovieto, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta anima rivoluzionaria, si incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale», scrisse Walter Mocchi nel numero del 13 ottobre 1940. Ma la guerra andò in una direzione totalmente differente, fino al disastro del 1943 e la rinascita del Fascismo con la R.S.I.

Bombacci, che non ebbe mai la tessera del PNF, si schierò da subito con la decisione che lo caratterizzava: «Duce, già scrissi in La Verità nel novembre scorso – avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi – sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento del re-Badoglio, che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l’Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti di una destra pluto-monarchica del 22 …», affermò perentoriamente in una lettera a Mussolini.
L’analisi sopra contenuta non era sbagliata: liberati dalle «forze della reazione» (la “destra” interna opportunista e conservatrice), i fascisti stilarono i 18 punti di Verona e diedero inizio alla socializzazione, per lasciare ai posteri il loro messaggio di civiltà. Le realizzazioni furono comprensibilmente incomplete, per ovvi motivi di tempo e l’ostilità di taluni esponenti di governo e dei tedeschi.
Inutile dire che Bombacci si batté entusiasticamente a favore delle riforme, impegnandosi non solo nelle fabbriche ma anche nelle politiche della casa. A questo proposito si impegnò per la stesura e l’attuazione del rivoluzionario punto 15 del Manifesto di Verona: «Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. Il partito iscrive nel suo programma la creazione di un ente nazionale per la casa del popolo il quale, assorbendo l’istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione, provveda a fornire in proprietà la sua casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affitto, una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto, costituisce titolo di acquisto. Come primo compito, l’ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra con requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie».

Il “canto del cigno” di Bombacci avvenne nel marzo 1945, quando a Genova tenne un comizio a cui accorsero ben trentamila operai, nonostante la fine della Repubblica Sociale fosse ormai questione di giorni. Erano ancora in tantissimi a voler ascoltare le forti e rivoluzionarie parole di questo «combattente sociale», le cui scelte furono spesso controcorrente ma mai opportunistiche. Ad ulteriore riprova basti citare il fatto che morì accanto al Duce, gridando in faccia ai suoi assassini: «viva il socialismo!». E così proprio lui, quello del «me ne frego di Bombacci/ e del sol dell’avvenire» cantato dai giovani fascisti, scelse di dare tutto al fianco di Mussolini, nel nome del riscatto sociale di una Nazione intera.

Nel dopoguerra non pochi esponenti (tra quelli rimasti, viste le vendette ed i massacri dei partigiani) di quella “sinistra fascista” che aveva avuto mirabili esempi nei sindacati e nei GUF, confluirono nel PCI, opportunisticamente alla ricerca di quadri competenti per il partito. Il MSI invece nacque tenuto ostaggio dalla “destra”, come ha più volte riportato nei suoi scritti Francesco Mancinelli. Ed infatti, in assenza di colui che aveva saputo tenere fecondamente in equilibrio le diverse tendenze durante il Ventennio, i “continuatori” del Fascismo compirono troppo spesso scelte non in linea con il loro glorioso passato. Ma questa è un’altra storia…

CasaPound Palermo “Regala un sorriso” ai bambini delle case famiglia!

Dicembre 16, 2009 di terninonconforme

Palermo, 16 dicembre 2009 – “Anche quest’anno CasaPound ripete l’operazione Regala un Sorriso raccogliendo giocattoli per i bambini delle case famiglia e vestiti per gli italiani in difficoltà economica”. Lo annuncia Andrea La Barbera, responsabile palermitano dell’associazione di promozione sociale CasaPound Italia.

“Il persistere della crisi che ha investito il nostro paese impegna in prima linea i nostri militanti nel sociale contribuendo a rendere un po’ meno duro questo gelido inverno – afferma La Barbera – Ricordiamo che nei mesi scorsi CPI si è resa protagonista di altre iniziative simili per aiutare le famiglie dello ZEN, dell’Abruzzo e dei paesi alluvionati del messinese”. “Ci riteniamo soddisfatti del senso di solidarietà nazionale che abbiamo notato durante il 2009 e ci riempie il cuore vederlo crescere di mese in mese tra la nostra gente”.

“L’iniziativa partirà da venerdì 18 dicembre e vedrà come centro di raccolta permanente la sede dell’associazione Area Ardita di via Tevere n. 4, aperta tutti i pomeriggi dal lunedì al sabato”. Conclude Andrea La Barbera: “All’iniziativa hanno già aderito alcuni negozi della città e siamo certi che tanti altri cittadini risponderanno a quest’appello, contribuendo ancora una volta a donare un sorriso a quei bimbi poco fortunati e alle famiglie italiane in difficoltà”.

Per contattarci: casapoundpalermo@libero.it – Tel. 3396333601

Pretoriani della Libertà

Dicembre 16, 2009 di terninonconforme

A dare notizia de “I PRETORIANI DELLA LIBERTA’”  sul web è,in primis,il blog DESTRA PER MILANO (destrapermilano.blogspot.com). Poi,la notizia  rimbalza su altri siti,tra i quali quelli dei quotidiani Libero e Il Giornale.

Il Popolo della Libertà avrà il suo servizio d’ordine,affinchè casi come quello di Tartaglia non accadono ancora. Ma perché pretoriani,mi chiedo. Il termine -pretoriano- è associato,come tutti sanno,alle vicende degli imperatori di Roma: erano guardia personale del princeps, seppure intervennero anche per deporre imperatori (vedi Caligola). Pretoriano,guardia personale,guardia del corpo. Nel corso dei secoli l’accezione assume un significato più negativo. La cerchia ristretta dei protettori di nobili,despoti,dittatori. Se vogliamo erano pretoriani le SA e le SS, erano pretoriani i Moschettieri del Duce, lo erano le ‘Guardie della Rivoluzione’ in URSS,etc. Ogni regime ha avuto la propria guardia pretoria,sovente odiata dai regolari dell’esercito.

Senza togliere che,in anni non sospetti,ovvero nei ‘70,fu proprio dai servizi d’ordine del PCI che nasceranno organizzazioni violente come Prima Linea. Certo,non è nostro cruccio che i ragazzi del PdL arrivino a girare con crick e chiavi inglesi,altrimenti non avrebbero capito alcunché manco dell’agguato di Tartaglia di domenica scorsa. Tuttavia auspichiamo comprendano come le questioni della sicurezza al loro ‘capo’ debbano essere affrontate da personale qualificato,non da miliziani di partito. Anche perché non avrebbero pace loro come non la avrebbe Berlusconi. Immaginate un pò Repubblica: “Le squadre fasciste del Pdl“. Sarebbe tragicomico,nonché pretesto per qualsiasi genere di nuovo attacco. E’ giusto e lodevole mostrare affetto ad una persona colpita in modo così infamante,ma senza esagerare nei termini ‘protettivi’: lasciate la guardia pretoria a Caligola,rasserenando gli animi e continuando a lavorare perchè gli odi di stagioni passate non tornino a prendere il sopravvento sulla scena politica nazionale.

i’Britannico

Dicembre 16, 2009 di terninonconforme

Ultimo!

Dicembre 16, 2009 di terninonconforme

La notte tra venerdì 11 e Sabato 12 Dicembre fuori dal tribunale di Monza in piazza Garibaldi, militanti di CasaPound Monza hanno affisso uno striscione di solidarietà all’ex comandante del Crimor e diffuso decine di volantini di rivendicazione dell’azione e di ricordo della vicenda.“E’ solo di poche settimane fa la notizia della revoca della scorta al famoso Capitano Ultimo, uomo dell’antimafia e artefice principale dell’arresto del boss Totò Riina: questo è l’ultimo colpo basso inferto ad un eroe del nostro tempo; CasaPound Monza esprime la sua totale solidarietà al Capitano”. A dichiararlo è Michele Cavenago, responsabile brianzolo dell’associazione CasaPound Italia. “La scritta sullo striscione, l’Ultimo eroe non deve morire, vuole tenere alta l’attenzione sui pericoli che corre il Capitano a causa della sua lotta alla mafia: a seguito dell’arresto di Riina – prosegue Cavenago – i maggiori esponenti dell’associazione mafiosa hanno condannato a morte questo servitore dello Stato. Negli anni successivi una serie di accuse infamanti hanno colpito Ultimo e gli uomini che hanno collaborato alle indagini, tra cui addirittura il favoreggiamento di Cosa Nostra, il tutto su dichiarazioni spesso non verificate di pentiti. Ecco l’ultimo colpo, il ritiro della scorta ufficiale”. “Ora sono una serie di volontari delle forze dell’ordine a contribuire durante il tempo libero alla scorta di Ultimo, ex uomini del Crimor principalmente; è desolante vedere come anche in questo caso limite sono i privati cittadini a doversi sostituire ad uno Stato inefficiente o inesistente”. “L’Italia è uno strano paese – conclude Cavenago – ci si accorge delle persone straordinarie nel momento in cui passano a miglior vita; speriamo che in questo caso non si debba giungere a tanto. Abbiamo visto e ascoltato troppi attentati ed esplosioni, non vogliamo che ce ne siano altri:

L’Ultimo eroe non deve morire”.

Arditi. Dalle trincee alle piazze.

Dicembre 15, 2009 di terninonconforme

Essi avranno tutti la medesima faccia schifosa: quella del vecchio boia labbrone che dal Viminale ordina il macello al suo ligio manigoldo di Trieste. Viva la  nostra Italia!

Gabriele D’Annunzio – Agli italiani -  Natale 1920

arditi 2_ fondo magazine«Ho vissuto e combattuto a fianco degli Arditi al di là delle trincee della grande guerra e nelle piazze rivoluzionarie del 1919»  – scrisse F.T. Marinetti, redigendo la prefazione a  Mussolini e gli Arditi, opera memorialistica di Gino Svanoni. Tutto cominciò a Sdricca di  Manzano, nei pressi di Udine, il 29 luglio 1917. E’ qui, in una conca boscosa, che vide la  luce il primo nucleo del corpo degli arditi, le truppe scelte per osare l’inosabile, come si diceva allora. Fanti, bersaglieri, alpini ma anche artisti e studenti alle prime armi, delinquenti comuni in cerca di redenzione sociale e amanti del bel gesto erano questi gli arditi: strumento d’offesa e di sorpresa dell’esercito italiano.

I Battaglioni d’assalto si coprirono di gloria su tutti i fronti: «dal Carso a Gorizia, da Bainsizza a Bligny e poi il Grappa e il Piave. Sul fiume sacro alla Patria diventarono leggendarie le gesta dei caimani, gli arditi specializzati nell’attraversamento notturno del fiume: « nudi, con il corpo dipinto in modo da confondersi con il colore torbido dell’acqua e con la vegetazione delle rive, attraversavano a nuoto la corrente per andare a uccidere le vedette austriache.» Con simili colpi di mano era inevitabile che, attorno alla figura degli arditi, venissero a crearsi vere e proprie leggende; per questo le donne li adoravano e i giornali di tutto il mondo ne esaltavano le gesta. Tra gli arditi il più famoso o famigerato è stato sicuramente Ferruccio Vecchi: «era stato ferito e aveva ricevuto numerose medaglie. Poco più che ventenne era già capitano. Nel modo di fare e nell’aspetto sembrava un moschettiere. Citando i suoi numerosi successi con le donne, si diceva che avesse perfino sedotto la moglie del suo colonnello entrando in casa mentre era a letto con il marito. Silenziosamente era scivolato nella camera e poi nel letto stesso dei coniugi senza che il marito s’accorgesse di nulla. »

Caratterizzati da una forte propensione al  dandismo e alla rivolta anti-borghese, gli arditi  mal riuscirono ad adattarsi alla smobilitazione e al rientro nei ranghi della vita civile. Questo, sia per l’indole poco incline all’esistenza civile che per ragioni puramente politiche. In tal senso, significativa è la testimonianza di Ferruccio Vecchi: «L’ardito è obbligato a escludere la possibilità di riattaccare la propria vita al punto in cui l’interruppe nel ’15. » Un anno, quest’ultimo, che ha segnato il punto di non ritorno per la vita nazionale e per l’esistenza stessa  di tutti quegli uomini sacrificatisi per l’interventismo.  La vittoria tradita e il comportamento dei politicanti resero il loro rientro ancora più amaro. E’ in questo clima che avvenne l’incontro fra il direttore de Il Popolo d’Italia e i reduci dei reparti speciali: «Arditi, commilitoni – gridò Mussolini, in piedi sul tavolino di un bar – io vi ho difeso quando il vigliacco filisteo vi diffamava. Il balenio dei vostri pugnali e lo scrosciare delle vostre bombe farà giustizia di tutti i miserabili che volessero impedire la marcia della più grande Italia. » E i miserabili a cui si riferiva Mussolini erano i vecchi arnesi dell’Italia giolittiana: conservatori, liberali, socialisti neutralisti e cattolici pacifisti. Pescecani della politica che, con il loro operato, avevano rischiato di trasformare l’Italia nel cortile del  Kaiser.

In quest’ottica si può facilmente comprendere il rancore degli arditi verso uomini come Bissolati e Serrati anche se, in realtà, il livore, nei confronti del primo, derivava dalle sue discutibili posizioni  in merito alle terre irredente. Memorabile fu la manifestazione congiunta tra arditi, futuristi e fascisti per zittire Bissolati alla Scala o il goliardico taglio della barba a Serrati, reo di aver scritto un articolo diffamatorio nei confronti degli arditi. Con queste imprese balzeranno agli onori della cronaca nomi quali: Edmondo Mazzuccato, Piero Bolzòn, Albino Volpi, Gino Coletti, Umberto Maurelli, senza contare l’onnipresente Ferruccio Vecchi. Uomini che hanno rappresentato il nucleo del fascismo nascente: «Questi uomini, politici improvvisati, erano essenzialmente rivoluzionari ma volevano imporre una rivoluzione patriottica di combattenti. » – scrisse Marinetti. Nei memoriali del fondatore del futurismo il termine rivoluzione patriottica tornerà spesso, in maniera preponderante. Una rivoluzione, la sua, che, scevra da complessi e rancori di classe, raccoglieva attorno a sé l’élite combattentistica di ritorno dal fronte. Era d’obbligo, secondo Vecchi, trasformare l’arditismo di guerra in arditismo civile, intes, quest’ultimo, come volontariato civico a difesa degli interessi della nazione. Nel tentativo di delineare la teoria  politica dell’arditismo, Alberto De Bernardi ha scritto: « il radicalismo antiborghese e antisocialista (…) caratterizzava l’orizzonte politico degli ex combattenti, nel quale, il mito della nazione si integrava fortemente un populismo egualitario, di matrice soreliana.»

Sul volgere del ’18, Mario Carli e Ferruccio Vecchi fondarono l’Associazione fra gli Arditi d’Italia e il foglio l’Ardito; lo storico Francesco Cambò, così, descrisse la sede di via Cerva, 23 a Milano:

«Subito nell’andito si vedevano pugnali, bombe a mano, schegge di granata, baionette, elmetti, bandiere nere, teschi e tibie. I camerati si riunivano (…) per rievocare il passato e lamentarsi del presente. Quasi tutti stentavano a trovare un posto nella vita civile, e attribuivano queste difficoltà a una cattiva disposizione dei borghesi nei loro confronti. »  Da astuto politico qual’era e anch’egli ex combattente, Mussolini si fece portavoce del malcontento che serpeggiava, non solo fra gli arditi. Quando, il 23 marzo del ’19,  si tenne l’adunata di San Sepolcro, i primi ad accorrere furono proprio gli arditi guidati dal caimano del Piave Albino Volpi e dal capitano Ferruccio Vecchi.

Da rilevare, comunque, che non tutti gli ex combattenti dei reparti speciali confluirono nel movimento fascista. Gli Arditi del Popolo di Argo Secondari, ad  esempio, abbracciarono l’antifascismo, mentre l’anticlericalismo e una forte avversione nei confronti della monarchia portarono i futuristi ad allontanarsi progressivamente dai Fasci di Combattimento. Anche il dualismo fra Mussolini e D’Annunzio creò non pochi dissidi e crisi di coscienza, all’interno dell’arditismo e del panorama ex-combattentista più in generale. Ciononostante, tra le fila dello squadrismo, che fu l’erede diretto dell’arditismo, continuarono a militare persone come il Conte “rosso” Bernardo Barbiellini Amidei, il Federale amico degli operai Mario Giampaoli e il Capitano Aurelio Padovani, solo per citare i più noti. Uomini del “Fascismo delle origini” che hanno garantito una continuità, fra la sinistra interventista e la rivoluzione nazionale delle squadre, passando naturalmente, attraverso le tempeste d’acciaio dell’arditismo, da trincea e di piazza.

Romano Guatta Caldini

Giubbe Rosse è quella cosa…

Dicembre 15, 2009 di terninonconforme

 

giubbe_fondo magazineEra dai tempi dei neoplatonici protetti da Lorenzo il Magnifico che non si vedevano tante intelligenze riunite in un unico punto. Ma, in quel caso, si era trattato di una cultura alta, anzi troppo alta, roba da eruditi lontani dal popolo. Ci volle il “Caffè letterario delle Giubbe Rosse”, nei primi del Novecento, e ancora a Firenze, per fare come i filosofi aristotelici, che parlavano di metafisica nelle piazze del mercato. Quella futurista forgiata alle Giubbe Rosse fu l’idea di rovesciare il gretto provincialismo liberale e di aprire le porte al nuovo, al mai sentito che veniva dalle viscere della cultura popolare. Un’avanguardia europea di gran classe, ma un’avanguardia che muoveva da un istinto diffuso in basso più che in alto. E con modi inauditi: il messaggio culturale veniva caricato di valenze aggressive, attraverso metodi di comunicazione modernissimi e un decisionismo spettacolare, rivendicato a muso duro. Alle Giubbe Rosse non potevi trovare l’intellettuale ben retribuito e sussiegoso, il borghese inserito e cattedratico. Quando, a partire dal 1913, quel tranquillo Caffè fondato da birrai tedeschi nel centro di Firenze si trasformò in una polveriera ideologica, le idee giuste già circolavano fuori, all’aperto. Esse fecero irruzione nelle salette interne con la furia di un tornado: il Futurismo, lanciato da Marinetti su un foglio parigino nel 1909, esplose tra i tavolini delle Giubbe Rosse come la prima rivoluzione italiana, anzi europea, del Novecento.

In quei pochi metri quadrati era un viavai di tempre fenomenali. Il convinto e solido intellettuale – ma giovane, sanguigno, temerario, e sempre molto incazzato con l’Italia moderata e liberale dell’epoca – e allo stesso tempo il poeta strampalato, piovuto dalla campagna poverissimo, ma ricolmo di idee folgoranti. Prezzolini, Papini, Soffici, Palazzeschi, Marinetti, persino il celebre poeta tedesco Theodor Däubler: il meglio della cultura d’avanguardia, il nòcciolo duro della Rivoluzione Conservatrice italiana e non solo italiana di quegli anni. Ma ci potevi trovare anche qualcosa di totalmente anti-sistema come Dino Campana, il “poeta pazzo” di Marradi. Forse era pazzo per davvero, ma di quei pazzi geniali con i quali si potrebbe rovesciare una società marcia. Un giorno del 1914 se ne venne al già famoso Caffè con una paccata di libriccini spiegazzati e mal pubblicati: erano i suoi Canti Orfici. Oggi considerati un capolavoro di poesia simbolista novecentesca, ma allora? Lo sconosciuto, coi vestiti stracciati e lo sguardo allampanato, era venuto a piedi dal suo paese, in cima agli Appennini, sulla strada per Faenza, passando per i campi e camminando notte e giorno…Osservava i famosi personaggi che discutevano, li fermava, regalava copie del suo scritto…ma a uno levava una pagina, a un altro strappava interi capitoli, a qualcuno dava solo l’indice…a seconda che gli sembrassero capire i suoi versi oppure no…a Marinetti in persona disse che dalla sua copia aveva strappato delle pagine perché sentiva che non ci avrebbe capito nulla…Non fu preso per matto, anzi, Papini e Soffici ne intuirono il valore…gli aprirono le pagine di “Lacerba”…Di sicuro Campana era tutto fuori che un ruffiano: aveva dedicato i suoi canti visionari e nietzscheani nientemeno che «a Guglielmo II Imperatore dei Germani»…e in pieno 1914…dite voi, meno “corretto” di così…Fatto sta che oggi, chiunque studi la poesia italiana del Novecento, non può prescindere da Campana.

Si può ben dire che negli spazi stretti delle Giubbe Rosse la cultura italiana compì la sua rivoluzione, e non solo letteraria. Ma politica, ideologica. Dentro quel Caffè alla viennese trasformato in redazione sovversiva, noi troviamo i semi del Fascismo, del Combattentismo, dell’Idealismo magico, dello Squadrismo popolare e rivoluzionario, del Sindacalismo organico, della pittura “völkisch” post-macchiaiola, dell’avanguardia artistica e letteraria, del romanzo sociale…da Rosai al Bilenchi giovane, da Federigo Tozzi a Boccioni e Carrà fino al poverissimo bolognese Bino Binazzi, con la faccia scolpita che pareva un Giovanni dalle Bande Nere, e poi fino a Arturo Reghini, a Primo Conti…Tutti fuori dal grande giro, quello delle “grandi” case editrici, dei “grandi” premi artistici e letterari, ma tutti al centro della cultura viva, quella vera. Che sparecchiava la tavola del potere liberale e conservatore per rifare la testa degli Italiani.

Gli anni incendiari delle Giubbe Rosse costruirono qualcosa che non si trova da altre parti, che non hanno avuto neppure la Parigi impressionista o la Berlino espressionista. Una cultura rivoluzionaria e tradizionale allo stesso tempo, pronta a uscire dalle pagine dei libri per diventare idea in azione, ideologia, fatti concreti. Gente che sceglieva, o di qua o di là, niente finte, nessuna ipocrisia: per dire, quasi tutti i frequentatori del caffè, in blocco accesi interventisti, nel ’15 partirono volontari in guerra…e in parecchi non tornarono. In una parola, il contrario esatto degli intellettuali “democratici” di allora come di oggi: aggrappati al potere, filistei, molto spesso codardi ad alta rendita commerciale. Alberto Viviani, lo “storico” delle Giubbe Rosse, vicino a Marinetti a Venezia nel 1944 poco prima che il fondatore del Futurismo morisse, ha scritto che da quel laboratorio in ebollizione uscì un arditismo ideale mai prima visto, qualcosa che significò «la più nuova e robusta esplosione dello spirito italiano di quei tempi».

«Giubbe Rosse è quella cosa / che ci vanno i futuristi…», cantava la strofetta in voga…e i futuristi sono stati l’anima di un modo nuovo di fare cultura: con la passione del rivoluzionario. Negli anni eroici delle Giubbe Rosse la cultura non era lo squallore del “politicamente corretto”. Era il confronto faccia a faccia, il conflitto a voce grossa, ma onesto. I ceffoni e le seggiolate che volarono alle Giubbe Rosse nel memorabile scontro tra i “milanesi” futuristi Carrà, Boccioni e Marinetti e i “vociani” fiorentini guidati da Soffici, erano citazioni di grande cultura, che oggi ci sogniamo…Quando poi, nel novembre del ’13, l’ennesima “serata futurista” finì a insulti e a uova marce, il Futurismo aveva gettato le basi per un’inedita concezione ideologica: l’interventismo culturale. Proprio quello che, in seguito, Bottai cercherà di organizzare politicamente. Erano scontri che non procuravano fratture, ma nuovo comunitarismo. Poiché il fondo era comune: italianità, rinnovamento, coraggio, esaltazione della giovinezza, fanatica fiducia nel primato della nostra civiltà, volontà di edificare un Italiano nuovo, rifatto da capo a piedi…ricorda nulla tutto questo? Viviani, presente alla “serata” del ’13, la descrisse come una festa: «Un’ondata canora, stravolgente di giovinezza e di entusiasmo, si abbatté nelle sale delle Giubbe Rosse». Per trent’anni, il glorioso Caffè fu un perno del continuo rinnovarsi della cultura italiana, tra riviste, correnti, avanguardie: e tale rimase fino alla spaccatura della guerra. Poi fu subito “democrazia”. E con questa suonò l’ora degli opportunisti privi di genio, ma di sicuro successo.

Luca Leonello Rimbotti

Doppia intervista.Padre e figlio.

Dicembre 15, 2009 di terninonconforme

 

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PADRE DI SINISTRA, FIGLIO FASCISTA – Riccardo milita in CasaPound. Elio: all’inizio ho avuto un rigetto, poi ho cercato di capire

FACCIA A FACCIA-il genitore si era candidato con i DS alle comunali: <<Ho letto un volantino e abbiamo iniziato a parlare>>
RICCARDO MILITA IN CASAPOUND. ELIO:ALL’INIZIO HO AVUTO UN RIGETTO, POI HO CERCATO DI CAPIRE
lo studente di 16 anni frequenta le IPC <<Non credo molto nella Costituzione e neanche nella democrazia>>

Bolzano – Riccardo Simoni, 16 anni, studente delle professionali, è militante di CasaPound, movimento legato all’estrema destra romana poi diffusosi nel resto d’Italia. Elio Simoni è suo padre, ha sempre manifestato la sua appartenenza ideologica alla sinistra ed è stato candidato dei DS alle amministrative del 2005. Le iniziative di CasaPound a Bolzano (l’apertura di una libreria che vende anche testi di Mussolini in un locale Ipes e l’iniziativa alle ITC a favore del popolo birmano) sono state nelle ultime settimane al centro di forti polemiche.

COSA VUOL DIRE ESSERE UN MILITANTE DI CASAPOUND A BOLZANO?

RICCARDO:<<L’obbiettivo di CasaPound è lo stesso da tutte le parti. Io milito in CasaPound da un anno circa perchè non è come le altre associazioni che si occupano solo di politica, ma si occupa anche di sociale, dei problemi comuni della gente e non pensa alla poltrona del politico. Pensiamo ad iniziative contro l’usura degli affitti come il Mutuo Sociale, contro il caro libri e a favore del libro di testo unico per ogni materia a livello regionale, l’iniziativa Fratello Sole che propone l’autofinanziamento delle scuole tramite l’impiego di pannell isolari: l’energia prodotta in eccedenza può essere venduta e il ricavato può essere utilizzato per finanziare le gite senza far pagare troppo agli alunni.

ELIO:<<all’inizio io non sopportavo proprio di vedere il nero, c’è stato proprio un rigetto. Poi è stata mia moglie a farmi capire che era sbagliato porsi muro contro muro. Abbiamo allora iniziato a parlare, mi ha fatto leggere un volantino e io me lo sono immaginato senza il simbolo sopra e sotto, e anzichè in bianco e nero in giallo e verde. Beh, quelli erano esattamente i miei principi: aiuto della scuola pubblica a discapito di quella privata, libri di testo uniformati per regione così da evitare le speculazioni delle case editrici, utilizzo delle energie alternative per finanziare le attività dei ragazzi.
Tutti parlano di CasaPound senza esserci mai entrati. Conosco abitanti della zona, persone che frequentano anche il circolo Masetti, che sono entusiasti di andare li>>.

LE POLEMICHE SONO NATE DA UN’INIZIATIVA A FAVORE DEL POPOLO BIRMANO.

RICCARDO: <<La Comunità Popoli (Onlus con sede a Verona gravitante intorno all’area di CasaPound, ndr) ci ha chiesto a noi del Blocco Studentesco (movimento studentesco nato nel 2006 a CasaPound, ndr) di fare la rccolta delle linguette delle lattine per aiutare il popolo Karen della Birmania, impegnato nella guerra civile, a comprare delle protesi. Con loro abbiamo attiva da tempo una collaborazione, ci hanno chiesto una mano e noi gliela abbiamo data.>>

ELIO:<<La solidarietà non è ne di destra nè di sinistra, mentre qualcuno pensa che stia solo da una parte. Davanti a un’iniziativa del genere, uno dovrebbe solo apprezzare>>.

MA OLTRE ALLE INIZIATIVE, LA POLITICA E’ FATTA ANCHE DI PRINCIPI E DI VALORI DI FONDO. SUL SITO DI CASAPOUND SI PARLA DI AUTARCHIA, DI STATO ETICO, DI RADICI ROMANE E CI SI SCAGLIA CONTRO LA SOCIETA’ MULTIRAZZISTA, CONTRO LA COSTITUZIONE, CONTRO I<< GURU CATTOCOMUNISTI>> CHE AVREBBERO CORROTTO L’ISTRUZIONE E CANCELLATO LA MEMORIA DEL PAESE. COSA NE PENSATE?

RICCARDO:<<Non mi ritengo affatto razzista, ci tengo a diferenziare razzismo e fascismo. Ritengo che il mio Paese sia degli italiani, persone con determinate tradizioni e cultura propria. Sarebbe bello l’incontro tra due culture ma questo a mio avviso non può avvenire perchè ci sno troppi scontri, come avviene qui dove c’è una specie di apartheid. Ci vorrebbe molta buona volontà da entrambe le parti. La stessa cosa vale per gli immigrati, la nostra posizione è: prima la casa agli italiani. Nella Costituzione comunque non ci credo tanto, come nella democrazia.>>

ELIO:<<io mi ritengo anti-razzista però, visto come stanno le cose, dei problemi ci sono, è inutile far finta di niente. certo è che i delinquenti sono di ogni razza, questo è innegabile. Sono poi le televisioni a fomentare l’odio verso l’altro. Comunque io ho l’impressione che loro ( i militanti di CasaPound, ndr) non esagerino. Sono solo meno ipocriti degli altri>>.

A ROMA CASAPOUND E’ STATA COINVOLTA PIU’ VOLTE IN EPISODI DI VIOLENZA. LA VIOLENZA HA UN QUALCHE RUOLO IN POLITICA?

RICCARDO:<<A Bolzano viviamo in un isola felice, non abbiamo nemici politici come i centri sociali. A Roma siamo stati provocati e ci siamo limitati a difenderci, l’irruzione nella redazione RAI è stata un’azione pacifica>>.

ELIO:<<Rispetto all’irruzione quante ne ha fatte Pannella di azioni simili?>>

SONO IN MOLTI A PENSARE CHE A GRUPPI DI ESTREMA DESTRA IL COMUNE NON DOVREBBE CONCEDERE SPAZI, ESSENDO LA REPUBBLICA ITALIANA FONDATA SUI VALORI DELL’ANTIFASCISMO. COSA NE PENSATE?

ELIO:<<Ripeto: la solidarietà non ha colori, bisogna vedere la motivazione che sta dietro l’iniziativa. Al mercatino di Natale danno diciotto banchetti a Duzzi e non ne danno uno ad un gruppo di ragazzi per un iniziativa di solidarietà?>>

RICCARDO:<<A CasaPound non ci sono solo fascisti, è frequentato da persone di qualsiasi posizione politica>>.

ELIO, LEI SOSTIENE CHE E’ DIFFICILE RITROVARSI NELLA SINISTRA. PERCHE’?

ELIO:<<La mia idea di sinistra è democrazia, apertura, capacità di ascoltare, volontà di confronto per trovare delle soluzioni. Ad ascoltare le uscite fatte in questa occasione da diversi esponenti di sinistra sembrano loro i « fascisti» . Vadano a vedere cosa fanno questi ragazzi prima di giudicare, la libreria è visitata da persone del quartiere e raccoglie discussioni e dibattiti molto interessanti. Bisogna guardare i concetti e non le apparenze>>.

RICCARDO:<<Queste persone hanno paura di noi perchè stiamo prendendo il loro posto all’interno della società. Non per niente ci chiamano « fascisti di sinistra» . Ma alla fine non credo che centra destra e sinistra quello che conta è il progetto>>.

MARCO BASSETTI RICCARDO

Fonte : CORRIERE DELLA SERA / Corriere dell’Alto Adige – domenica 13 dicembre 2009 – pag.6

 

Il caso Tartaglia:Bisogna riconoscere lo scenario e gli schieramenti ma non è sufficiente !

Dicembre 15, 2009 di terninonconforme

Come commentare il caso Tartaglia e il dopo Tartaglia?
Non perdo tempo ad unirmi ai  toni scandalizzati o meno, ma comunqe sensazionalistici, sull’atto e neppure al giochino di società per la determinazione delle quote di responsabilità di chi ha creato il clima in cui si è consumato.
Non intendo neppure porre l’accento sul particolare gustoso e sicuramente interessante del Tartaglia in cura dallo psicologo come tanti altri aggressori o attentatori isolati e manipolati a distanza. Questione che pur meriterebbe una riflessione approfondita.
Preferisco fare un ragionamento più asettico, nudo e se vogliamo cinico sul presente.
Noi oggi abbiamo in Italia due centri in contrasto, uno è riconducibile a Berlusconi, l’altro è l’antiberlusconiano dei proci alla corte di Montezemolo, Draghi & co.
Cosa li differenzia? Tre cose.
1. Politica estera ed energetica. Berlusconi allarga ad est e riduce di fatto la nostra dipendenza ad ovest, cosa che tutti i proci vogliono sventare.
2. Pregiudiziale ideologica. Per Berlusconi e i suoi è l’anticomunismo, per i proci è l’antifascismo.
3. Sistema politico. Berlusconi persegue una svolta autoritaria che riduca il potere lentigrado e ammuffente del parlamento e delle altre espressioni oligarchiche di fazione, come la magistratura; i suoi avversari sono invece partitocratici e oligarchici doc.
Queste – e solo queste – sono le discriminanti.
Chi come me non s’identifica nella filosofia politica di Berlusconi, specie per quello che riguarda l’economia poco sociale e gli apprezzamenti positivi sul liberismo e su alcuni aspetti dell’american way of life che ha contribuito a veicolare con Mediaset, non deve con ciò dimenticare la realtà né viverla da tifoso.
Non stiamo assistendo a un campionato di calcio; se questo fosse il caso un ultrà del Roccacannuccia o magari della Società Sportiva Thule potrebbe  ritenere del tutto uguale che lo scudetto lo vinca il Milan o l’Inter.
Poiché gli esiti di questo conflitto avranno, in un senso o nell’altro, conseguenze notevolissime su tutti noi italiani, un’equidistanza intellettuale o da circolo bocciofilo ultrà è priva di senso e non ci si può quindi, a meno di essere masochisti, idioti o servi, non schierare contro gli antiberlusconiani, in particolar modo quelli apparentemente più vicini al premier, come Gianfranco Fini.
Bisogna riconoscere lo scenario e gli schieramenti, ma  non è sufficiente. Non dobbiamo  tifare per gli uomini e i partiti ma per le dinamiche, capire le tendenze e anticiparne gli esiti con sagacia, previsione e inventiva.
In ultima analisi si tratta di fare il tifo per noi stessi; ma per poterlo fare bisogna esistere.
Da qualche tempo in qua direi che siamo sulla buona strada. Vediamo se quella che, dopo sessantacinque anni, stiamo infine tracciando condurrà ad una meta.
Il cammino dipende da noi e dalla nostra capacità  di non estraniarci dal reale per rifugiarci in astrattismi nevrotici (e questo è il nodo del mio ragionamento in proposito al caso Tartaglia) ma al contempo di mantenere la concentrazione e il distacco necessari per viverlo dando vita a un progetto che sia nuovo e antico al tempo stesso.

Gabriele Adinolfi

da Palermo…

Dicembre 14, 2009 di terninonconforme

Palermo 14 dicembre – “Finalmente il direttore dell’Ersu, messo alle strette, ha sciolto ogni dubbio sul ritardo dei pagamenti dei Sussidi Monetari Straordinari, ringraziamo di cuore gli studenti che hanno appoggiato il Blocco Studentesco manifestando davanti la sede dell’ente e la nostra amica Stefania Petyx per il servizio dell’altro giorno a Striscia La Notizia”. Lo afferma in una nota Vincenzo Randazzo, responsabile palermitano del Blocco Studentesco, organizzazione studentesca di CasaPound Italia.

“E’ una vittoria per tutti gli studenti  che ogni giorno devono subire la cattiva amministrazione dei servizi universitari e che sono costretti a penare per lunghi periodi prima di ricevere risposte concrete alle loro istanze – afferma Vincenzo Randazzo – Pochi giorni prima del servizio televisivo il direttore dell’Ersu si era reso irreperibile nonostante l’appuntamento stabilito il mese scorso  con i nostri consiglieri di facoltà, evidentemente  le telecamere della Stefania Petyx provocano uno strano effetto”.

“Venerdì dovrebbero cominciare i pagamenti, noi abbiamo stretto un nodo – conclude Vincenzo Randazzo – se ciò non dovesse verificarsi i militanti del Blocco Studentesco  saranno di nuovo in prima linea a difesa degli studenti”.