FOIBE: CASAPOUND ITALIA, DA SERRACCHIANI CONTRIBUTO A VERITA’

Posted febbraio 9, 2010 by NADIR
Categories: CasaPound Italia

Roma, 9 febbraio – “Evidentemente è possibile dire cose sensate anche
stando nel Pd, non lo avremmo mai creduto”. Così CasaPound Italia
commenta la lettera scritta al Presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, dall’europarlamentare del Pd Debora Serracchiani. Nel
testo l’esponente democratica spiega che “il Giorno del Ricordo ci
impegna oggi a ricordare quello che gli italiani della costa orientale
dell’Adriatico hanno pagato sulla loro pelle, costretti ad abbandonare
i loro luoghi e case, le loro tradizioni, la loro antica civiltà,
addirittura le loro tombe”, senza peraltro tacere “l’atteggiamento
irriconoscente e scostante delle istituzioni repubblicane, che tanto a
lungo tardarono a capire la portata morale e civile dello sradicamento
violento di una regione d’Italia”.

Per CasaPound Italia “queste parole rappresentano un prezioso e
inaspettato contributo alla ricerca della verità sulla tragedia che
scosse quelle terre alla fine del Secondo conflitto mondiale”. ”Ora
ci è più chiaro – continua la nota – perché la Serracchiani sia così
invisa ai boiardi di partito custodi della logica d’apparato”. Per Cpi
“l’europarlamentare democratica dovrebbe ora compiere un ulteriore
passo di coerenza e libertà di pensiero condannando pubblicamente
tutti quegli esponenti della politica locale, dell’Anpi e dei centri
sociali che nei giorni passati hanno tentato di ostacolare, senza
successo, le fiaccolate di CasaPound in onore dei martiri delle foibe.
Grida sguaiate, cori filo-titini, striscioni inneggianti alle foibe,
lancio di oggetti e altre simili pagliacciate hanno in diverse città
accompagnato i nostri cortei silenziosi, troppo spesso con l’avallo di
politici istituzionali che si sentono ancora e sempre ‘gendarmi della
memoria’ fuori tempo massimo”..

Per non dimenticare….

Posted febbraio 9, 2010 by NADIR
Categories: CasaPound Terni

La Politica e la Destra secondo la Tradizione.

Posted febbraio 9, 2010 by NADIR
Categories: Cultura

I nuovi scenari politici che negli ultimi mesi fanno intravedere un processo unitario in ciò che comunemente viene denominata “Area nazionalpopolare”, cioè l’insieme di micropartiti, di comunità militanti e di singole individualità che in maniera differenziata riferiscono il proprio agire politico ed esistenziale ai movimenti di reazione al falso duopolio capitalismo-comunismo, che durante le due guerre mondiali ebbero la concretizzazione più alta in varie parti d’Europa e del mondo (riferirsi solo all’Italia o alla Germania sarebbe per noi davvero troppo riduttivo, non considerando, per esempio, movimenti come il Rexismo belga di Léon Degrelle o la Guardia di Ferro rumena di Corneliu Codreanu), ci impongono delle considerazioni generali su ciò che tradizionalmente si deve intendere col termine “Politica” e col termine “Destra”, e non perché si voglia in alcun modo prender parte al gioco delle fazioni o delle sette, purtroppo ancor presente, ma solo, come sempre nei nostri scritti, per rendere onore alla Verità, che è pura aderenza alla Dottrina, e per indicare, a chi voglia e soprattutto a chi sappia, la Via.

Incominceremo a disquisire sul reale significato della parola Politica, che ovviamente è cosa molto diversa da ciò che comunemente si intende oggi, cioè un movimentismo, un’azione per l’azione, non animato da alcuna Idea superiore, ma solo da slogan e frasi fatte, che nel migliore dei casi non conducono a nulla, se non ad una satanica rincorsa al potere, nel senso più materialista ed antitradizionale del termine, e per fare ciò sarà indispensabile riferirsi principalmente all’opera di Platone. E’ d’uopo analizzare, in primis, ciò che tradizionalmente intendeva il discepolo di Socrate per Politeia, per rappresentare al meglio un’idea di riferimento, un archetipo primordiale, che ci possa far ben distinguere tra concezioni istituzionali tradizionali e moderne aggregazioni societarie alla Hobbes o alla Rousseau.

Si può cominciare ad intuire l’essenza della concezione politica e statuale platonica, che, precisamente verte sue due identità, quella tra Civitas terrena e Civitas Celeste, come ci ricorderà più in là nei secoli S. Agostino, e quella tra la comunità organizzata ed il singolo cittadino della polis. Entrambe ripresentano la diretta corrispondenza della dottrina tradizionale tra macrocosmo e microcosmo, rappresentando l’istituzione statuale un elemento, nel primo rapporto (con il Divino), di levatura microcosmica, e nel secondo rapporto (con il civis), di valenza macrocosmica. Si noti, pertanto, la centralità che riveste nel pensiero platonico l’idea di Politeia, tra l’Olimpo Divino e l’interiorità umana.

Per comprendere al meglio ciò che vogliamo intendere per diretta corrispondenza  tra Civitas Celeste e Civitas terrena, riprenderemo dalla tradizione vedica il mito cosmologico della formazione dei diversi varna: nel Rig-Veda l’emanazione delle tre parti del corpo di Purusha, rispettivamente della bocca, delle braccia e delle anche, rappresentavano la gerarchia ontologica dei brahmana, degli kshatriya e dei vaisya. In Platone, parimenti, ritroviamo la divisione dell’organismo sociale nelle tre “caste” dei sapienti, i custodi dello Stato, dei guerrieri e dei produttori. Tale tripartizione è tipica dell’organizzazione istituzionale delle grandi civiltà indoeuropee: oltre alla civiltà indù già citata, si ricordi come nell’Avesta si narri dei tre pishtra – i signori del Fuoco (athreva), i montatori del carro da guerra (rathaesta), gli allevatori-agricoltori (vastriya-fshuyant) – , come tra i Celti ci fosse la separazione tra druidi, nobiltà guerriera ed agricoltori, e come nella stessa Roma le tre funzioni sociali fossero rappresentate dai flamines majores, i sacerdoti della triade capitolina Juppiter, Mars, Quirinus.

A questo punto è d’obbligo chiarire il reale rapporto tra la sfera spirituale dell’uomo e la comunità organizzata, anche e soprattutto per comprenderne e “giustificarne” l’esistenza, per esplicitare la nostra definizione di gerarchia ontologica e demolire ogni vana interpretazione economicistica. Il discepolo di Socrate enuncia tre aretè e stabilisce la funzione di ciascuna a seconda dell’elemento che predomina nel microcosmo, determinando, anche nell’interiorità umana, una tripartizione gerarchica: la Sapienza è la virtù che garantisce il dominio del noùs, dell’elemento spirituale, dello Spirito; la Fortezza è la virtù che caratterizza la psyche, l’elemento animico e sublunare che sovrintende le passioni; la Temperanza  è l’aretè del soma, dell’aspetto puramente corporale, che presiede i piacieri. A tali virtù il divin Platone ne affianca un’altra e forse ancor più fondamentale: la Giustizia, cioè il giusto ordine che necessariamente deve esserci tra detti elementi, tra il noùs, la psyche ed il soma.

Dopo tali considerazioni, è facile comprendere come la maggiore o la minore aderenza all’aretè della Giustizia determini la differenziazione castale: come al vertice della gerarchia interiore c’è il noùs, in quella delle funzioni ci sono i Filosofi; di seguito, all’elemento animico corrisponde la funzione guerriera ed al soma la funzione dei produttori. La Giustizia così esplicitata è una regola fondamentale in tutte le società tradizionali: non si dimentichi, infatti, come, proprio nella metafisica indù, alle tre parti del corpo di Purusha ed ai tre varna corrispondano, per l’azione manifestata dei tre guna, il corpo causante (karana-sharira = sattva), il corpo sottile (sukshma-sharira = rajas) ed il corpo materiale (sthula-sharira = rajas + tamas), e le tre virtù corrispondenti, dharma, kama e artha.

La disamina della complessa teologia platonica dello Stato ha portato luce quanto da noi scritto, circa l’identità tra polis e Cosmo, tra polis e cittadino: la Politeia possiamo definirla, senza riserve, una vera e propria palestra spirituale, in cui l’uomo ha la possibilità di “porre giustizia dentro di sé”, di riconoscere il proprio essere, avvicinando sé  e la stessa comunità in cui vive al mondo ordinato degli Dei, “conquistando” l’eudaimonia. L’oblio dell’aretè della Giustizia è, quindi, la causa di tutti gli sconvolgimenti che il percorso ciclico della storia ha determinato: quando non si riconosce più la trascendenza del principio d’autorità, ha inizio quel processo degenerescente che ha determinato la nascita dell’odierna società. Il termine Politica, quindi, va inteso tradizionalmente come l’azione volta a riscoprire l’aretè della Giustizia nella propria interiorità, nella propria comunità e per conformare la stessa al Fas dei Romani, al Rtà indù, alla Verità Divina: “Esiste dunque nei cieli un modello per chiunque intenda vederlo e, vedutolo, fondarlo in sé stesso. Che siffatto esemplare esista o abbia mai a esistere in alcun luogo non importa, giacché questo è l’unico Stato di cui egli sia partecipe”(Resp. 592b, Platone).

A tal punto, dopo aver chiarito il reale significato della Politica, è necessario porre in essere una chiarificazione, che noi riteniamo ancor più radicale ed essenziale, su ciò che tradizionalmente si deve intendere per Destra. E’ fondamentale sgombrare subito il campo da ogni confusione e da ogni fraintendimento, precisando come lo schieramento ideale a cui facciamo riferimento è per sua intima natura ostile a tutto ciò che è maturato dalle Rivoluzioni, che si riferisca a quella americana o a quella francese, all’agire sovversivo che ha permesso all’Illuminismo di concretizzarsi nelle sue varie fasi involutive, cioè liberalismo, comunismo, democrazia, cioè l’inversione progressiva e totale dello stato platonico e tradizionale prima trattato: in merito, non si abbia alcuna esitazione a segnare il solco della differenza, anche per smascherare le false interpretazioni marxiste che voglio omologare nel termine Destra tutto ciò che si oppone, realmente o solo in apparenza, all’idea collettivistica, le“negazioni assolute” e le “affermazioni sovrane” di  Donoso Cortès.

Abbiamo usato il termine rivoluzione e riteniamo che si sia palesato come alla Destra Tradizionale sia più confacente il termine reazione, scevro dalle infamie che ha assunto nel corso degli anni, come impeto di opposizione al mondo che crolla e alla “nuova reggenza” che distrugge ogni alta concezione del vivere e dell’essere, anche se i due termini possiamo definirli quasi sinonimi: questa nostra affermazione potrà meravigliare qualcuno, ma ricordiamo come Evola ci faccia notare che “rivoluzione” è un derivato dal verbo latino revolvere, che esprime l’idea di un ritorno al punto di partenza, alle origini, alla Tradizione. Lo stesso Evola in Gli Uomini e le Rovine afferma che “il fondamento di ogni vero Stato è la trascendenza del suo principio, cioè del principio della sovranità, dell’autorità e della legittimità”, ove, assieme alla giustizia, alla gerarchia, alle classi funzionali, alla preminenza dell’ordine politico su quello socio-economico, tali indicazioni assumono un valore normativo non legato al divenire ed alla storia, che si deve tradurre in un modus agendi quotidiano, in uno stile legionario che deve investire ogni ambito della nostra umana esistenza, senza alcuna eccezione, affinché l’esempio, il rimanere sempre in piedi tra le rovine, il  nostro radicalismo, siano gli elementi essenziali di quella “reazione-rivoluzione” che rappresenta l’idea prima della Destra, autentica e tradizionale, limitando il più possibile qualsivoglia riferimento al passato, dovendo prevalere i puri contenuti ideali.

Dopo tali considerazioni, non possiamo non evidenziare, come ci ricorda Giandomenico Casalino in tutti i suoi scritti, come sorga una comune Weltanschauung (visione del mondo e della vita) che distingue radicalmente la nostra concezione di cultura, in senso lato, da quella dominante, che è illuministica e quindi razionalistica ed individualistica; per noi la cultura è presente in un essere umano sin dalla nascita come potenzialità da sviluppare, come forma interna, come carattere, che non si acquistano sui libri (la nostra cultura non è libresca!…); essa è viva come la vita, è anima e sangue, è sesso e passione, è intelletto e sentimento, è il senso REALE del mondo, la sua visione concreta. Per tali motivazioni abbiamo voluto argomentare sui reali significati da assegnare ai termini “Politica” e “Destra”, che non a caso abbiamo voluto analizzare insieme, esplicitando che essi non possono, nei loro significati essenziali, essere scissi da un regolare cammino tradizionale e di crescita spirituale e, al contrario, non possono vivere di vita propria, cioè senza un’idea superiore di riferimento, degenerandosi come nell’attualità. Si tratta di acquisire quella forma mentis che accompagni l’uomo della Tradizione in ogni sua manifestazione, non lasciandolo al relativismo del caso o alle fascinazioni dell’ambiente, ma che sia la precisa risultante di un processo formativo ideologico, che lo renda realmente partecipe di quell’Idea che ha forgiato le grandi civiltà tradizionali del passato.

In merito, riprendiamo ciò che il Gruppo dei Dioscuri afferma nel quaderno “Rivoluzione tradizionale e sovversione”: “non può esservi Autorità legittima, se al potere politico non è connessa anche una qualità sacrale… con l’esortazione di Dante Alighieri… Congiungasi la filosofica autoritade con la imperiale, a bene e perfettamente reggere”.

La Via è, quindi, tracciata per chi si senta estraneo dai teatrini del politichese e per chi non voglia ragionare solo in termini di elezioni, di candidature, di comitati centrali, ma voglia intraprendere la strada della militanza, che in altre occasioni, abbiamo definito “sacra”, cioè conducente all’adesione del proprio essere col mondo della Tradizione. A chi si ostina a non “vedere” possiamo solo dire che il nulla produce il nulla; rimanendo nel pantano di un mondo che non è il nostro, energie preziose sono state, sono e saranno spese inutilmente, perché colui che non ritrova il centro dentro di sé, colui che non pratica l’aretè della Giustizia, colui che non assume lo stile legionario, non può uscire dai vortici del divenire né tantomeno riconoscere e far proprio quel modello celeste indicatoci da Platone. Concludiamo il nostro scritto, rivolgendo ai responsabili del predetto processo unitario dell’Area nazionalpopolare la stessa domanda con cui Evola terminava la sua famosa lettera ad Almirante, pubblicata sulla rivista Ordine Nuovo: non sarebbe il caso di mettere infine la testa a posto e, presso ad una formulazione impersonale precisa e priva di compromessi della dottrina, far valere quei principi di unità, di disciplina, di antiburocratismo e di ordine che si invocano per il reggimento della cosa pubblica?

Luca Valentini

La fantascienza crea sogni e incubi sul dopo-internet.

Posted febbraio 9, 2010 by NADIR
Categories: Cultura

La fantascienza, com’è noto, un tempo si vantava di avere una caratteristica: quella di anticipare i tempi soprattutto sul piano scientifico. In realtà, non è esattamente questo lo «specifico» fantascientifico nonostante il suo nome ma, senza diffonderci in teorizzazioni, per ora notiamo come due dei marchingegni che hanno modificato,anzi stravolto, la nostra vita, il telefono cellulare e Internet, non siano stati precisamente previsti dalla science fiction. Viceversa sono stati subito approfonditi con una immediata denuncia dei pericoli, vale a dire la disumanizzazione dei suoi utenti. Nei romanzi, ma in maniera suggestiva soprattutto nei film, gli sviluppi della Rete sono stati affrontati in maniera anticonformista e visionaria.

 In sostanza, si è risposto alla domanda: «Cosa c’è dopo la Rete?». Risposta semplicissima: si va nella Rete, ci si trasferisce dentro Internet! Non ci si riferisce qui tanto ad un sistema tipo «Second Life», ormai già in declino, dove si costruiscono «doppi» virtuali degli utenti che agiscono per conto di essi. Piuttosto l’effettiva creazione di un corpo umano digitalizzato che vive in un mondo digitale, attraverso la scomposizione in ordinate e ascisse, quindi in un codice numerico che lo ricostruisce integralmente all’interno dell’universo cibernetico.

  A quanto pare a pensarci è stato prima il cinema e poi la letteratura. Risale infatti al 1982 il primo film non solo sull’argomento ma realizzato con degli stereotipi visivi che poi sono stati ripresi da tutti: Tron, realizzato dalla Disney per la regia di Steven Lisberger, racconta proprio questo, l’entrata di un gruppo di esseri umani in quello che ancora non si chiamava ciberspazio. Nel 2010, dopo quasi vent’anni, ne dovrebbe uscire il seguito: Tron Legacy. A creare, e rendere popolare, il termine ciberspazio è stato William Gibson, che due anni dopo, nel 1984, pubblicò Neuromante (Nord), l’opera che diede origine ad una corrente fantascientifica che un critico letterario chiamò allora cyberpunk e che tutti adottarono: questo genere di storie pone il problema di come la società verrà modificata dall’uso pervasivo di internet e mondi virtuali. In genere in peggio, grazie alla presenza di nuove mafie cibernetiche e di multinazionali senza scrupoli.

 Gli scrittori italiani hanno portato un originale contributo al tema. Roberto Genovesi con Inferi on Net (Mondadori, 2000) ha previsto una applicazione «personale» di Internet: attraverso microchip applicati nell’occhio. Non solo: c’è la possibilità di entrare ed uscire nella Rete stessa direttamente, in quanto persone. Ma se si può entrare in essa, che cosa ne potrebbe uscire? I dèmoni informatici che tendono a condizionare l’essere umano: da qui il titolo.

  Massimo Fini, Il Dio Thoth

 Che il futuro cibernetico non sia un paradiso,ma appunto un inferno sembra essere il tema dominante di questa narrativa: Massimo Fini, un giornalista che non ha bisogno di presentazioni, ha pubblicato l’anno scorso Il dio Thoth (Marsilio), descrizione di una società tra qui a qualche decennio egemonizzata dall’informazione telematica, che, anche qui, raggiunge direttamente l’utente: si vive in un flusso continuo e condizionante di infotaitment senza soluzione di continuità.

 A loro volta Dario Tonani con Infect@ (Mondadori, 2007) immagina nella Milano del futuro dei cartoni animati informatici che veicolano la droga elettronica universale, mentre Vittorio Catani con il recentissimo Il Quinto Principio (Mondadori,2009) descrive un altro prossimo pericolo, la Rete Elettronica Mentale che tiene costantemente tutti gli uomini in collegamento.

 Ma forse l’esempio più cospicuo e coinvolgente della lotta fra uomo e macchina, fra mondo virtuale e mondo reale, è la trilogia cinematografica dei fratelli Wachowski, iniziata con Matrix (1999). Qui l’idea degli esseri umani che credono di vivere una realtà che è invece un sogno indotto dalle macchine per carpire loro l’energia vitale, è portata alle estreme conseguenze di intreccio e di visionarietà.

 In conclusione, film e romanzi post-cibernetici, che immaginano il futuro della Rete, non sono in genere positivi, vedono quasi sempre un conflitto Reale/Virtuale, un annullarsi dell’individualità nel ciberspazio. Una messa in guardia in linea con quella di molti psicologi e sociologi.

Gianfranco de Turris

 

Raffaele…

Posted febbraio 8, 2010 by NADIR
Categories: CasaPound Terni

Eccomi arrivato, è il 9 ottobre, sono partito da casa che era freddo e nuvoloso, il treno non ha fatto ritardi e a Roma è veramente caldo e giro in maniche corte, non poteva iniziare meglio questa trasferta. Eccomi in via Napoleone III al portone di Casa Pound, fa un certo effetto vedere sui muri i manifesti che annunciano la conferenza di stasera, con la foto del Che e il mio nome tra i relatori, assieme a Gabriele Adinolfi e Giorgio Vitangeli, suono il campanello e mi vengono ad aprire. “Ciao Davide” saluto chi mi apre la porta, Davide, che ho conosciuto qualche mese fa alla conferenza di Valerio Morucci, si stupisce che mi ricordi di lui, in realtà è un po’ la reazione di quasi tutti quelli che incontro al piano di sopra quando li saluto per nome, ma io ho una certa memoria e poi me esco con un “Siete molto famosi”. Risate, se ce ne fosse stato bisogno sarebbe rotto il ghiaccio, ma non ce n’è bisogno. Rivedo così Gianluca, Simone, e il poster di Corto Maltese alla parete è un buon punto comune da cui partire. Visita guidata a tutti i locali e chiacchiere in attesa di Gabriele. E’ ora di pranzo e così bucatini all’amatriciana in un ristorante vicino con Valerio e Gabriele, e poi tappa a casa di quest’ultimo, dove continuiamo a parlare finchè ognuno si ritira per impostare la scaletta dell’intervento alla conferenza. E’ ormai l’ora, John Wayne nel suo ultimo film si recava al suo ultimo duello in tram, noi due ci muoviamo in metrò ma non sentiamo di dover duellare, anche se sui manifesti uno è la “destra radicale”, l’altro la “sinistra radicale”. A volte la sostanza conta veramente più delle etichette, e spero che sia anche questo uno di quei casi. Cominciano ad arrivare in tanti per preparare la serata in tutti i suoi aspetti, molti mi vengono a salutare o a conoscermi incuriositi, sono molto giovani e sorridenti i “lugubri picchiatori di fogna pound che vai a legittimare a casa loro”, come recitava uno dei messaggi di insulti che ho ricevuto nei giorni scorsi. Stringo la mano a tutti, un ragazzo mi stringe l’avanbraccio alla loro maniera, ma si scusa subito con un “è l’abitudine, mi scusi” io rispondo, “dammi del tu e non preoccuparti. Se mi saluti, io non mi offendo di certo. Perché dovrei?” Sorrisi, chiacchiere, sport, curiosità, studi, con tutti si parla amabilmente e tranquillamente. Eccoli Cerino, Pandoro, Keller, Adriano, Guelfo, Nervo, Manno, e tanti altri. Eccoli i razzisti, omofobi, maschilisti, violenti, ma chi li definisce così ha mai parlato con loro di qualsiasi cosa, cercando magari di capire le loro ragioni prima di etichettarli come il male assoluto e condannarli alla “dannazione eterna”? A volte penso che chi esprime certi giudizi e rifiuta qualsiasi contatto con loro, non sia poi così diverso da chi dice i “neri sono inferiori ai bianchi, gli immigrati sono tutti ladri” o amenità simili. Ah già il paragone è improponibile, sono loro che sono fascisti “e non devono avere alcuno spazio né agibilità, perché sono da odiare.”
Si avvicina l’ora e comincia a salire la tensione, che mi prende sempre prima di ogni cosa importante che faccio, si tratti di lavoro o sport. Ormai è buio, io e Gabriele usciamo a prendere una boccata d’aria e una birretta in un bar davanti alla chiesa di Santa Maria Maggiore, ammiro la chiesa illuminata e troviamo il tempo di giocare con una piccola bambina, poi ci incamminiamo e arriviamo alla sala conferenze insieme al professor Vitangeli che ci ha raggiunto sulla porta di Casa Pound. Ecco siamo seduti al tavolo, la sala è piena di gente ed un attimo prima di iniziare intravedo in fondo, sulla porta, la mitica Roby e anche Francesco M. Adriano introduce la discussione e poi dopo Vitangeli, tocca a me che, rispetto al pubblico, sono seduto più a destra rispetto agli altri tre. Sono l’uomo seduto alla destra e sono molto teso. Dopo vent’anni di militanza a sinistra senza se e senza ma, sento tutto il peso di un evento così particolare. E’ la prima volta che parlo davanti a così tanti fascisti, e devo parlare del Che, uno dei personaggi che più ammiro, un simile compito mi farebbe tremare le gambe a prescindere, senza pensare alle polemiche, agli insulti ricevuti, ai saluti che non ricevo più da quando “parlo coi fascisti”. Penso a tutto ciò e se mi chiedessero adesso di alzarmi, forse farei un bel po’ di fatica. Una battuta di Gabriele: “La parola al camerata Morani” io di rimando “Grazie, compagno Adinolfi” e comincio a parlare. Ho le gambe pesanti, muovo piano la mano libera dal microfono, cerco di guardare negli occhi quanta più gente posso, spiego perché il Che per me è importante, un comunista molto particolare, un uomo pronto al sacrificio estremo e a dedicare la vita agli altri, il tutto intervallato da qualche battuta e dalla mia risata, che sul forum di vivamafarka qualcuno definirà coinvolgente, mentre qualcun altro dirà “sembra più il dottore dei Simpson”. Le qualità del Che che ho descritto, sono più o meno le stesse descritte anche da Vitangeli e Adinolfi, e tutti, pubblico compreso, lo aprezziamo, sono diventati tutti comunisti o sono io che sono fascista? Ma ha importanza la questione? Una persona la si stima e la si rispetta per quello che è, non certo solo per la casacca che porta o per le idee che ha, checché ne dicano indymedia, fgci, sinistre terminate varie che hanno criticato la serata, e i simpaticoni che mi hanno mandato su facebook vari insulti. Interventi e domande del pubblico tra cui uno di Sinistra e Libertà, che non apprezza “l’appropriazione” di Casa Pound del simbolo della sinistra per antonomasia, rispondo anch’io, e dico che non bisogna fermarsi alle magliette o alle bandiere del Che, che bisogna studiarlo, conoscerlo e apprezzarlo per quello che è stato e per quello che ha fatto realmente, non per l’immagine che ne abbiamo magari superficiale, che non porterei mai la sua maglietta, in quanto è solo un’operazione commerciale, ma che in casa mia c’è il suo poster come segno di omaggio, oltre a quello di Allende, Bobby Sands, e tanti altri, “e anche la foto di uno dei cattivi ragazzi di Terza Posizione, che si chiamava Nanni De Angelis.” Gli applausi mi interrompono e quando riprendo a parlare spiego che “non era certo comunista, ma lottava anche lui per un mondo più giusto.” Altre parole e finisce la serata, le gambe non mi tremano più come qualche ora fa, l’uomo seduto alla destra si alza ora in piedi.
 
Raffaele Morani
 
…Nulla da aggiungere alla stima già espressa  e che nutro per la tua persona,come per Ugo, Angela, Antonella e tanti altri amici, che pur militando in altra parrocchia hanno l’intelligenza di vedere oltre…a Voi tutti un caro saluto, ed un buon lavoro..
 
Ale

Redattrice di Nadir….

Posted febbraio 8, 2010 by NADIR
Categories: Cuori Neri

La rivoluzione comincia in campagna!

Posted febbraio 8, 2010 by NADIR
Categories: Cuori Neri

  

Il Selvaggio è la rivista che dal 1924 al 1943 resse più di ogni altra la bandiera del Fascismo provinciale. Qui, nella campagna toscana dove nacque quel fogliaccio con pochi mezzi e tante idee, ribollivano da un pezzo ideali rosso sangue. La rivolta popolana impugnata dai fascisti toscani aveva in animo di colpire insieme i marxisti internazionali e i liberali pescecani. Il “santo manganello” come attrezzo adatto per scrostare di dosso agli Italiani tutte le piaghe comunarde e capitaliste. Dare al popolo la sua antica identità attraverso un ripulisti generale. Per quasi vent’anni Mino Maccari fu l’anima di questa rivolta sorda, che odiava la politica romana, l’intrigo e il gerarchismo da parata. E “Strapaese” si chiamò la volontà di dare voce al popolo della provincia, di rifare dalle fondamenta la società partendo dalla base. Il territorio, il borgo, la campagna erano i miti della periferia, decisa, dopo secoli di mutismo, a dire la sua. Agli occhi degli squadristi provinciali, in città si tessevano congiure contro il popolo, si ingannava e si rubava. L’atavica diffidenza paesana per la caotica metropoli diventava ideologia. Populista, becero e scamiciato, lo squadrismo toscano fu soprattutto voglia di rivolta.

Basta dare uno sguardo agli articoli che si scrivevano, senza tante limature, in maniera picaresca, anti-intellettuale, costantemente all’attacco. La politica rurale, l’istruzione agraria, la riduzione dell’imposta sui redditi coloni, il sindacato degli agricoltori…questi gli argomenti-pilota, poi insulti feroci ai “normalizzatori”, ai “fiancheggiatori”, a quel vecchiume liberale che stava già castrando il Fascismo dandosi l’aria di servirlo. E poi lodi a Farinacci, il nume tutelare che, dopo aver fatto fuori i social-comunisti, avrebbe dovuto saldare il conto con il «liberalume invertebrato, il peggiore nemico del Fascismo». Il tutto era miscelato con ingiurie e minacce, in alto come in basso. Il Selvaggio (“battagliero fascista”, si proclamava sotto la testata) nacque nel luglio del 1924, un mese dopo il delitto Matteotti. Mentre in quei giorni erano in molti a stracciare la tessera, questi fascisti della prima ora rilanciavano la posta. E stavano addosso a Mussolini, per svegliarlo, per incitarlo alla paesana e per le spicce a “sciogliere le mani” degli squadristi, a dare il via libera alla “seconda ondata”, quella buona, quella che avrebbe rovesciato le poltrone dei “revisionisti neo-liberali” e instaurato un vero regime popolare. Si davano avvertimenti allo stesso Mussolini: «Noi ti leghiamo all’albero del timone, o Duce, lancia di là il tuo comando! Fuori le pattuglie». Si cercava di scuotere Mussolini dal torpore in cui era caduto dopo il caso Matteotti, quando parve proprio che il Fascismo si lasciasse travolgere dall’ondata di paura che montava.

E si cercava di far sapere in giro che lo squadrismo non era nato per servire da sgabello ai profittatori, ma per azzardare davvero uno straccio di rivoluzione in una terra, l’Italia, che di rivoluzioni non ne aveva mai conosciute. Nella caldissima estate del ’24, Maccari parlava chiaro e dimostrò che lo squadrismo avrebbe potuto anche essere utilizzato altrimenti: «Noi siamo i selvaggi del Fascismo e nessun Bergamini o Amendola di questo mondo riuscirà ad addomesticare l’anima nostra che ci comanda di difendere la Rivoluzione delle Camicie Nere, per la quale siamo pronti ad uccidere come pronti a morire». Si volevano avvisare i “doppiogiochisti” e gli “attendisti” che non era il caso di dare il Fascismo per morente solo per l’ipocrita indignazione dei borghesi. Diciamo ipocrita, perché l’indignazione per la morte di Matteotti fu veramente un’esibizione di malafede. Si sa che l’esponente socialista fu oggetto della violenza fascista per ritorsione all’uccisione del segretario del Fascio di Parigi, Nicola Bonservizi. Sulla morte del quale mai nessuno ha speso una parola. E si credeva che questo omicidio fosse stato architettato nel pullulante ambiente del fuoriuscitismo parigino, che era notoriamente in contatto con Matteotti. Sarebbe interessante indagare un po’ di più su questi retroscena, solitamente trascurati dagli storici. Ma poi nessuno ha mai speso una parola di pietà neppure per Arturo Casalini, il deputato fascista che venne ucciso in un agguato antifascista per vendicare Matteotti. Nonostante avesse argomenti per difendere moralmente la posizione del suo partito, Mussolini nell’estate del 1924 rimase misteriosamente paralizzato, quasi vittima di uno strano fatalismo colpevolista.

La faccenda venne risolta, come è noto, dallo squadrismo in prima persona. La notte dell’ultimo dell’anno del 1924, diversi centurioni della Milizia andarono a scuotere la scrivania del Duce, per obbligarlo a prendere una decisione. E, col discorso del 3 gennaio del 1925, qualcosa in effetti si mosse. Ma dalla parte sbagliata. Anziché la ripresa della rivoluzione, ci furono lo Stato autoritario, le leggi speciali, i tribunali, i prefetti e l’ordine di non muovere foglia. Molti squadristi, lì per lì, sembrarono non accorgersene. Il 13 gennaio, Il Selvaggio se ne uscì con un titolo in prima pagina: «Lo Stato Liberale è finalmente defunto per volontà delle Camicie Nere». Ma ci mise poco ad accorgersi che la fregatura era tutta per il Fascismo intransigente, per la base, per i militanti inquadrati e incastrati nella Milizia. Già il 27 aprile seguente, ecco infatti un titolo di tutt’altro tenore: «Finiremo dunque pensionati della rivoluzione?». Gli squadristi compresero tardi di essere stati giocati dai vecchi poteri forti e che Mussolini, dovendo scegliere tra le istituzioni liberali riverniciate di nero e gli irrequieti squadristi, si tenne le prime e liquidò i secondi. Con quali conseguenze, lo si sarebbe visto nel 1943.

Lo sforzo degli ambienti provinciali di sferzare continuamente il Fascismo per non lasciare che si allontanasse dai programmi del ’19 testimonia in ogni caso la vitalità e la tenacia di tutto uno schieramento. Nemici degli “strapaesani” erano non tanto i comunisti, ma proprio il liberalismo e le sue propaggini. Nemici erano gli intellettuali accomodanti che, tranne rarissime eccezioni, sveltamente si erano allineati rimanendo gli stessi di prima. Nemici erano i massoni, i borghesi, i clericali, i capitalisti. Contro tutti costoro, ancora nel ’31 Maccari pubblicò su Il Selvaggio una delle sue incisioni espressioniste: si vedevano degli squadristi che facevano piazza pulita di tutto un coacervo di filosofastri, ignudi e grotteschi, intenti a maneggiare alambicchi e compassi per confondere le idee. Questo era il commento: «Via dunque questi lugubri strumenti, al diavolo le elucubrazioni! Un camion, le strade, le piazze, i paesi d’Italia: una bandiera nera, un grido, un nome – Mussolini – così è nato lo Squadrismo, giovinezza insostituibile. Tenete d’occhio questa vignetta: le incisioni del Selvaggio non temono smentite». Queste prese di posizione facevano presa sui giovani, e il mito violento di una rivoluzione ancora da fare fu duro a morire. Si sperava dunque che, anche a Regime impiantato sul conservatorismo, gli squadristi avrebbero costituito una riserva sempre utilizzabile di energia rinnovatrice.

Mino Maccari, senese del 1898, incisore e acquerellista di talento, dopo aver combattuto al fronte e aver partecipato alla Marcia su Roma, si stabilì a Colle Val d’Elsa, in provincia di Siena, da dove partì l’avventura del Selvaggio. In questa sua lotta non rimase mai solo. C’era anche L’Italiano di Leo Longanesi, attestato sulle medesime posizioni strapaesane. E tra i collaboratori di Maccari, che spostò la redazione prima a Firenze e dal 1932 a Roma, figuravano nomi pesanti. Soffici su tutti, autentico mistico della provincia profonda: aveva profetizzato lo squadrismo con un suo famoso racconto del 1913, il Lemmonio Boreo. Poi Ottone Rosai, altro geniaccio toscano sedizioso, il pittore delle osterie e il teorico del “teppismo” antiborghese. Poi Pellizzi, Casini, Achille Lega, Berto Ricci. Con Malaparte a far da sponda. Con Papini padre nobile, a seguire di lontano. Con Tozzi e Giuliotti nel ruolo di referenti del ribellismo popolano alla toscana, tradizionalista, miscredente o devoto che fosse, ma sempre le due cose insieme, violento e aggressivo.

«Troppi palloncini gonfiati ci sono nel nostro partito: tocca a te, o Farinacci, a sgonfiarli. Onestà, disciplina, sacrificio, intelligenza, intransigenza: queste siano, o ras Farinacci, le tue parole d’ordine». Questo appello strapaesano cadde nel vuoto, quando lo stesso Farinacci – l’ultima speranza squadrista – fu a sua volta politicamente liquidato nel 1926. E dire che di energia ideologica Maccari e Il Selvaggio ne avevano da vendere. Una vera officina. Un patrimonio che rimase largamente inespresso, relegato nel ruralismo fascista che fu spesso maschera di poteri conservatori lasciati intatti. In tempi di inaudita globalizzazione come i nostri, rileggiamoci il programma di questi cocciuti, magnifici nemici del progressismo cosmopolita, ribadito ancora nel 1927: «Strapaese è stato fatto apposta per difendere a spada tratta il carattere rurale e paesano della gente italiana; vale a dire oltreché l’espressione più genuina e schietta della razza, l’ambiente, il clima e la mentalità ove son custodite, per istinto e per amore, le più pure tradizioni nostre». Culto della terra e del radicamento. Non c’è che dire, questa specie di Blut und Boden in versione toscana, tra l’altro, anticipò di molto certi ambientalismi e regionalismi oggi di moda.

L.L.Rimbotti

Mutare o perire. La sfida del transumanesimo.

Posted febbraio 8, 2010 by NADIR
Categories: Cultura

Mutare o perire. La sfida del transumanesimo (Sestante Edizioni, Milano 2010) è un libro che non ha paura di richiamarci all’esortazione nietzschana a “divenire ciò che siamo”, e che si colloca in quello spazio prometeico, futurista ed apertamente postumanista della cultura europea che vede oggi in Riccardo Campa uno dei più impegnati ed autorevoli esponenti.

Campa è infatti un autore pienamente integrato nel movimento transumanista, ed anzi particolarmente rappresentativo dello stesso, ma in cui appunto si esprime in modo più chiaro la consapevolezza della connessione, a vari livelli, tra il superamento dell’umano (“postuman-ismo”) e quel superamento heideggeriano dell’umanismo (“post-umanismo”) che appare oggi al tempo stesso il presupposto e la inevitabile conseguenza della metamorfosi che la tecnoscienza ci spalanca – può spalancarci, se sapremo guardare al nostro destino negli occhi. Giacché tale difesa dell’ “antropocentrismo”, nel senso in cui Roberto Marchesini utilizza questo termine, l’umanismo cioè ed inteso come orizzonte ultimo ed obbligato della nostra avventura, rappresenta l’esatto contrario dell’Umanesimo che ricollegandosi, agli albori dell’era moderna, alle più antiche radici all’epoca conosciute incarnò il primo vagito di riscossa dall’alienazione monoteista e dualista; e costituisce invece il collante generale, il comune denominatore di chi tra “mutare” e “perire” (perire se non altro come “esseri storici”) non ha oggi esitazioni a scegliere il secondo termine. Ma rappresenta pure una scoria ed un riflesso condizionato capace di risorgere anche dove meno te lo aspetti, laddove ad esempio l’entusiasmo più o meno naïf per la tecnoscienza rischia di colorarsi, specie oltreoceano, di determinismo, universalismo, provvidenzialismo (magari nella forma di qualche Mano Invisibile di natura economica…), quando non di tinte apertamente escatologiche – del resto facilmente suscettibili di rovesciarsi in millenarismo, vedi la recente insistenza di alcuni autori sui cosiddetti “rischi esistenziali” – che è facile decostruire come l’ennesima secolarizzazione del mito giudeocristiano.

In proposito, i saggi compresi nel volume costituiscono un contributo decisivo non solo alla conoscenza delle ragioni del campo faustiano e transumanista, che oggi sono accessibili ai più solo nelle polemiche dei suoi avversari, ma anche ad una definizione più “europea” e filosoficamente consapevole delle ragioni medesime – e delle loro implicazioni.

Il discorso non ha perciò paura di presentarsi nella sua forma inadulterata e radicale, dando la priorità all’esigenza di consentire a ciascuno di “pensare sino in fondo ciò che pensa” e di confrontarsi con le vere questioni che ci stanno di fronte, presupposto di ogni vero dialogo al riguardo, anziché a velleità dirette ad inseguire un’improbabile “accettabilità” o “rispettabilità” agli occhi di un mondo, ancora largamente egemone specie nel nostro paese, che fonda le sue scelte su valori del tutto diversi.

Radicalismo, si diceva, ed esclusione perciò a priori di una visione del transumanismo come un circolo del tè in cui ritrovarsi ad applaudire educatamente ogni possibile indizio di sviluppi mirabolanti che si ritenga possano aver luogo “automagicamente”, ed a prescindere dal contesto politico, economico, sociale e culturale delle società in cui viviamo, per essere felicemente condivisi e risolvere così ogni problema. Siamo perciò lontani qui dall’idea che tali sviluppi possano obbedire ad una legge necessaria capace di ignorare legislazioni proibizioniste, interdetti morali, riduzione dell’investimento nella ricerca fondamentale, declino dell’educazione tecnoscientifica, fantasie di “decrescita felice”, ed economie in via di disindustrializzarsi, dove l’”innovazione” rischia di ridursi sempre più al progressivo affinamento di breakthrough risalenti ormai a cinquanta o cento anni fa, intanto che le promesse del secolo che va dal 1870 al 1970 vengono mancate una dopo l’altra, e della sfida marinettiana prendono il posto le speranze di stasi e l’orrore per la rivoluzione biopolitica che pure ci sta di fronte. Al contrario: il transumanismo radicale espresso che si esprime nel testo ci invita chiaramente non ad una contemplazione dei nostri futuri alternativi come esercizio accademico, ma ad una mobilitazione civile ed intellettuale uguale e contraria a quella dei nemici irriducibili di tutto ciò che Campa incarna; con la differenza che, se mai per il transumanismo si può davvero parlare di “religione”, ciò ha senso solo nell’accezione in cui Emilio Gentile parla di “religioni della politica” nel suo omonimo libro. Giacché è una trasformazione in questo mondo e di questo mondo che il transumanismo si propone, e, come dice Guillaume Faye, “metamorfosi è una parola più forte di rivoluzione”.

E’ infatti ad una siffatta metamorfosi, mentale prima ancora che fattuale, che il libro intende promuovere, nel luogo di una “nuova sintesi” postnovecentesca e di una convergenza tra la sfida postmoderna della tecnica contemporanea e quanto di più vitale ci consegna la nostra cultura filosofica e scientifica. In vista di ciò, è difficile per chi si richiama a tale tradizione non associarsi a Campa nell’invocare ancora una volta l’emancipazione dalle pastoie di chi, oggi come ieri, vede nella rimozione pratica del Divenire l’unica possibile redenzione dal peccato originale dell’autodeterminazione umana; e nel salutare con gioia un destino plurale di identità eternamente rinnovate e mutate, che rivendichiamo come nostro.

Mutare o perire. La sfida del transumanesimo (Sestante Edizioni, Milano 2010) è un libro che non ha paura di richiamarci all’esortazione nietzschana a “divenire ciò che siamo”, e che si colloca in quello spazio prometeico, futurista ed apertamente postumanista della cultura europea che vede oggi in Riccardo Campa uno dei più impegnati ed autorevoli esponenti. Campa è infatti un autore pienamente integrato nel movimento transumanista, ed anzi particolarmente rappresentativo dello stesso, ma in cui appunto si esprime in modo più chiaro la consapevolezza della connessione, a vari livelli, tra il superamento dell’umano (“postuman-ismo”) e quel superamento heideggeriano dell’umanismo (“post-umanismo”) che appare oggi al tempo stesso il presupposto e la inevitabile conseguenza della metamorfosi che la tecnoscienza ci spalanca – può spalancarci, se sapremo guardare al nostro destino negli occhi. Giacché tale difesa dell’ “antropocentrismo”, nel senso in cui Roberto Marchesini utilizza questo termine, l’umanismo cioè ed inteso come orizzonte ultimo ed obbligato della nostra avventura, rappresenta l’esatto contrario dell’Umanesimo che ricollegandosi, agli albori dell’era moderna, alle più antiche radici all’epoca conosciute incarnò il primo vagito di riscossa dall’alienazione monoteista e dualista; e costituisce invece il collante generale, il comune denominatore di chi tra “mutare” e “perire” (perire se non altro come “esseri storici”) non ha oggi esitazioni a scegliere il secondo termine. Ma rappresenta pure una scoria ed un riflesso condizionato capace di risorgere anche dove meno te lo aspetti, laddove ad esempio l’entusiasmo più o meno naïf per la tecnoscienza rischia di colorarsi, specie oltreoceano, di determinismo, universalismo, provvidenzialismo (magari nella forma di qualche Mano Invisibile di natura economica…), quando non di tinte apertamente escatologiche – del resto facilmente suscettibili di rovesciarsi in millenarismo, vedi la recente insistenza di alcuni autori sui cosiddetti “rischi esistenziali” – che è facile decostruire come l’ennesima secolarizzazione del mito giudeocristiano. In proposito, i saggi compresi nel volume costituiscono un contributo decisivo non solo alla conoscenza delle ragioni del campo faustiano e transumanista, che oggi sono accessibili ai più solo nelle polemiche dei suoi avversari, ma anche ad una definizione più “europea” e filosoficamente consapevole delle ragioni medesime – e delle loro implicazioni. Il discorso non ha perciò paura di presentarsi nella sua forma inadulterata e radicale, dando la priorità all’esigenza di consentire a ciascuno di “pensare sino in fondo ciò che pensa” e di confrontarsi con le vere questioni che ci stanno di fronte, presupposto di ogni vero dialogo al riguardo, anziché a velleità dirette ad inseguire un’improbabile “accettabilità” o “rispettabilità” agli occhi di un mondo, ancora largamente egemone specie nel nostro paese, che fonda le sue scelte su valori del tutto diversi. Radicalismo, si diceva, ed esclusione perciò a priori di una visione del transumanismo come un circolo del tè in cui ritrovarsi ad applaudire educatamente ogni possibile indizio di sviluppi mirabolanti che si ritenga possano aver luogo “automagicamente”, ed a prescindere dal contesto politico, economico, sociale e culturale delle società in cui viviamo, per essere felicemente condivisi e risolvere così ogni problema. Siamo perciò lontani qui dall’idea che tali sviluppi possano obbedire ad una legge necessaria capace di ignorare legislazioni proibizioniste, interdetti morali, riduzione dell’investimento nella ricerca fondamentale, declino dell’educazione tecnoscientifica, fantasie di “decrescita felice”, ed economie in via di disindustrializzarsi, dove l’”innovazione” rischia di ridursi sempre più al progressivo affinamento di breakthrough risalenti ormai a cinquanta o cento anni fa, intanto che le promesse del secolo che va dal 1870 al 1970 vengono mancate una dopo l’altra, e della sfida marinettiana prendono il posto le speranze di stasi e l’orrore per la rivoluzione biopolitica che pure ci sta di fronte. Al contrario: il transumanismo radicale espresso che si esprime nel testo ci invita chiaramente non ad una contemplazione dei nostri futuri alternativi come esercizio accademico, ma ad una mobilitazione civile ed intellettuale uguale e contraria a quella dei nemici irriducibili di tutto ciò che Campa incarna; con la differenza che, se mai per il transumanismo si può davvero parlare di “religione”, ciò ha senso solo nell’accezione in cui Emilio Gentile parla di “religioni della politica” nel suo omonimo libro. Giacché è una trasformazione in questo mondo e di questo mondo che il transumanismo si propone, e, come dice Guillaume Faye, “metamorfosi è una parola più forte di rivoluzione”. E’ infatti ad una siffatta metamorfosi, mentale prima ancora che fattuale, che il libro intende promuovere, nel luogo di una “nuova sintesi” postnovecentesca e di una convergenza tra la sfida postmoderna della tecnica contemporanea e quanto di più vitale ci consegna la nostra cultura filosofica e scientifica. In vista di ciò, è difficile per chi si richiama a tale tradizione non associarsi a Campa nell’invocare ancora una volta l’emancipazione dalle pastoie di chi, oggi come ieri, vede nella rimozione pratica del Divenire l’unica possibile redenzione dal peccato originale dell’autodeterminazione umana; e nel salutare con gioia un destino plurale di identità eternamente rinnovate e mutate, che rivendichiamo come nostro.

Stefano Vaj

Intervista a Miro Renzaglia..

Posted febbraio 7, 2010 by NADIR
Categories: CasaPound Italia

Miro Renzaglia è nato a Roma nel 1957. È poeta, scrittore, giornalista, autore e performer teatrale. Ha pubblicato Controversi (Milano, 1988), I rossi e i neri (Roma, 2002), A spese mie (Roma, 2009). Nel 1990 ha fondato la rivista di letteratura ed immagini «Kr 991» che ha diretto fino al 1999. Suoi testi poetici sono presenti in antologie e riviste. In qualità di saggista, critico letterario e di costume, collabora a siti web, periodici e quotidiani, fra cui «Secolo d’Italia». È autore e performer del concerto di musica-poesia «Radiografia di uno sfacelo» (2003). Dirige il magazine online «il Fondo».

Cominciamo con una domanda complessa. Che cos’è stato sinteticamente il Fascismo, in che modo il suo insegnamento può essere ancora valido oggi, e in che senso te ne senti continuatore?

Il fascismo è un movimento sociale e politico. La sua carta fondativa, Il manifesto dei fasci di combattimento, del 1919, è un programma che prevedeva il profondo cambiamento dell’Italia post-unitaria in senso, appunto, politico e sociale. Su «Il Fondo», in passato, ho postato sei articoli che vanno sotto il titolo complessivo di «Il fascismo oggettivo» (leggere qui e, di seguito, le altre puntate) che dimostrano come la produzione legislativa del ventennio abbia avuto una linea di marcia maestra che va dalla Carta del Lavoro, alla costruzione dello Stato Corporativo fino alla socializzazione delle imprese. Su questo percorso, che io considero principale e privilegiato, si sono poi creati degli innesti non previsti dal Manifesto: a volte positivi (penso soprattutto alla grande impresa delle Città di fondazione…) e a volte assolutamente catastrofici e negativi, quali considero le leggi razziali. L’essenzialmente valido resta la via maestra che conduce ad uno Stato politico e sociale alternativo sia al capitalismo che al comunismo. Ammesso e non concesso che io sia continuatore di qualcosa, lo sono come freccia direzionale nel prosieguo di questa via.

Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?

Miti? Uno solo ma immenso e multicomprensivo: Roma. La mia esperienza politica fondamentale l’ho vissuta negli anni ’70, con tutto quel che ne è conseguito anche sul piano strettamente personale. Nella mia formazione ha avuto un ruolo di assoluto rilievo Ezra Pound, al quale devo sia la mia visione politico-economica che quella poetico-culturale. Poi: Nietzsche e Carlo Michelstaedter, per quanto riguarda la filosofia dell’esistenza. Dante, Gottfried Benn e Arthur Rimbaud, sul piano strettamente poetico.

In passato, in alcuni tuoi interventi, avevi avanzato perplessità circa l’istituzione della famiglia. Potresti approfondire il concetto?

La famiglia tradizionale non esiste più. E quella che consideriamo tradizionale (padre-lavoratore + madre-educatrice X pargoli al seguito) è un’istituzione relativamente recente: qualche centinaio di anni, forse meno. Quella che viene spacciata come famiglia tradizionale, oggi, è un luogo di produzione di nevrosi, se va bene, di atti di violenza gravi, fino all’omicidio su donne e bambini, quando va male. E va male spesso: basta pensare che l’85% di violenza sulle donne avviene all’interno delle mura domestiche, e a commettere questi atti di assoluta vigliaccheria sono sempre i mariti, i padri, gli zii, i conviventi delle vittime: li chiamano, non a caso, delitti prossimali. L’evoluzione della società contemporanea, con evidente progressione dal dopo ultima guerra mondiale, ha creato strutture diverse e più adatte alla riproduzione della specie (in fondo poi è questa la funzione della famiglia): coppie di fatto, comunità para-familiari allargate a più soggetti non vincolati da obblighi di fedeltà eterna. Il problema è che non sempre gli Stati hanno contemplato come positive tali nuove figure, preferendo intestardirsi nella difesa della vecchia concezione fino al punto di escludere forme di assistenza ai nuovi soggetti nucleari. Credo che dipenda anche da questa ottusità statale il calo della natalità in molti paesi europei.

Immigrazione e cittadinanza. Qual è il tuo pensiero in materia?

Vengo spesso spacciato per un fautore dell’immigrazione: non lo sono. E credo che nemmeno la stragrande maggioranza degli immigrati lo sia. Non si può essere fautori di un fenomeno che, quando assume le proporzioni che ha oggi, produce solo sofferenze sociali e personali. E quando dico «sociali», non mi riferisco solo alle società dei paesi che ospitano i flussi, ma anche a quelli che li producono: molto spesso chi viene a cercare fortuna nei paesi dell’Occidente (falsamente) opulento, è dotato di formazione professionale e culturale che farebbe la fortuna dei loro paesi di origine. Il problema è che molti di questi paesi sono sotto il cappio usuraio del debito pubblico (penso ai paesi dell’Africa sub-sahariana, ma sono solo il 6% del totale immigrato da noi) imposto proprio dal capitalismo vincente in Occidente. Inoltre, se guardo alle cifre reali che comprendono il fenomeno in Italia mi accorgo di due cose: a) più del 50% della popolazione allogena (circa 2 milioni e 200 mila, su un totale di 4 milioni e mezzo) proviene da paesi europei dell’Est; b) vi proviene come conseguenza diretta dell’implosione dei loro regimi comunisti. Ovvero: il capitalismo produce immigrazione a ogni suo stato di avanzamento. Basta guardare come la progressione di quei flussi ha avuto una impennata geometrica proprio a partire dal fatidico 1989. Siccome tutto questo è assolutamente accertato, a me non resta che tirarne le ovvie conclusioni: è il capitalismo la radice del male. L’immigrazione è solo uno dei suoi tanti effetti nefasti. Combattere gli effetti con i respingimenti, con i Cie, con il reato di clandestinità, vale come pretendere di guarire un organismo curando le metastasi ma lasciando intatta la massa tumorale. Che fare, quindi? Aspettiamo che il capitalismo imploda come è imploso il comunismo e tutto torni alla normalità? Fermo restando che trovo assolutamente irreale l’ipotesi di espellere 4 milioni e mezzo di persone, bisogna creare le condizioni perché questa gente, sentendosi estranea al corpo della nazione, finisca per rappresentare quel pericolo che molti paventano. Io non conosco altra strada che il riconoscimento dei diritti, da quello di soggiorno a quello di una cittadinanza NON più facile, ma prevista in modi più tempestivi a disinnescare la minaccia. Le sollevazioni delle masse non avvengono quando si allargano i diritti, avvengono quando si applica loro il potere della discriminazione e del divieto: da quello della tutela sul lavoro a quello religioso, per esempio.

Si parla spesso di «identità», o con richiami puramente retorici oppure con invocazioni ideologiche al meticciato: che senso ha questa parola? Il melting pot è, secondo te, un pericolo o una possibilità?

A me piace discutere di queste cose con i dati alla mano. Chi blatera di pericolo in Italia di melting pot biologico, di multiculturalismo, di identità non conosce i numeri e ne vaneggia come conseguenza dei flussi migratori. Non solo, ma non conosce nemmeno la storia e la geografia. Ho già detto che oltre il 50% degli immigrati provengono da paesi Europei, Ue e zona-euro e che, in quanto tali, sono perfettamente identici alla nostra costituzione biologica indo-europea. Perché noi siamo indo-europei, vero? E qualcuno dei vaneggiatori di cui sopra, sa da quante nazioni indo-europee, tra Europa e Asia, importiamo emigranti? Ve lo dico io: una trentina. E così copriamo circa l’80% della popolazione allogena residente in Italia, con la quale abbiamo da condividere le medesime origini biologiche. Di quale pericolo multirazziale vanno parlando? Il pericolo è allora nella multireligiosità e, in particolare, in quella importata dagli immigrati musulmani? Qualcuno ricorda anche solo per sentito dire che per quasi mille anni buona parte dell’Europa, dalla Spagna alla Grecia, dalla Romania all’Ungheria, dalla Sicilia alla Sardegna, fino alle porte di Vienna è stata dominata dall’Islam, in maniera tanto malvagia che gran parte di quelle che consideriamo nostre civili abitudini quotidiane ci vengono da questo millenario contatto con loro? E il multiculturalismo, poi? Chi vuole difendere chi e da cosa? Già che in epoca della comunicazione totale, come è la nostra, si parli di purezza culturale a me fa ridere. Non ho bisogno nemmeno di scendere per strada: accendo il mio pc e sono immediatamente contaminato da tutti i germi culturali del mondo. Anche ammesso che si voglia difendere la nostra cultura (quale, poi?) avrebbe un senso qualsiasi chiudere le frontiere? Fra il II e il I millennio a.C. le polis greche si chiusero a difesa della loro identità. Risultato? Dimenticarono persino il dono della scrittura. Glielo restituirono i fenici quando le polis ripresero la sana abitudine di riaprirsi al commercio, di ogni tipo, con gli altri. La verità è che la paura di perdere la propria identità ce l’ha chi sa di averla fragile, di non averla proprio e di non volere nemmeno sapere quale sia.

Quali sono, a tuo parere, i meriti e i demeriti del movimento omosessuale? Che giudizio dài dell’intervento dell’onorevole Anna Paola Concia a CasaPound?

Un modo molto semplice ed infallibile per distinguere fra libertari e reazionari è osservare le loro richieste: chi vuole un ampliamento dei diritti è libertario. Chi, invece, tende a restringere i diritti a caste di privilegiati è reazionario. Io, in quanto fascista, sono un libertario. Il fascismo fu un eminente esempio di movimento politico a forte prevalenza (con qualche rarissima caduta di livello) libertaria: basta pensare a tutte le iniziative legislative realizzate su territorio intese ad allargare i diritti per il lavoro (le 40 ore settimanali, le ferie pagate, la previdenza sociale, l’antinfortunistica, etc…), per la sanità pubblica, per la casa popolare, etc… Ora, il movimento gay chiede per sé il riconoscimento di diritti già in uso per le coppie eterosessuali. Bene: non trovo un solo motivo, né etico, né spirituale, né sociale che mi impedisca di riconoscere eque e giuste le loro istanze. Del resto, su «Il Fondo», non ho fatto mancare una mia critica alla recente richiesta di estendere le aggravanti previste dalla legge Mancino per i reati commessi contro di loro. Sbagliano: inasprire le leggi di repressione (e quindi di segno reazionario) anche di opinione non servono ad altro che consolidare e diffondere la fobia del «diverso». Lo sappiamo bene noi fascisti degli anni ’70. L’ho detto anche all’on. Anna Paola Concia, che collabora a «Il Fondo», in quanto proponitrice della legge antiomofobia. Come giudico il suo intervento a CasaPound? Di un rilievo politico che va anche al di là, e in positivo, della specifica questione…

Che senso ha e che contributi può offrire il femminismo oggi?

Pierre Bourdieu, in uno dei suoi libri più noti e intensi, Il dominio maschile dimostra come la costruzione del maschile e del femminile non abbia nulla di naturale e che quanto consideriamo oggettivo, cioè il dominio di un sesso sull’altro, su altro non è fondato che su un principio culturale di subalternità indiscutibile, in quanto «la forza dell’ordine maschile si misura dal fatto che non deve giustificarsi». Come ogni ordine, può essere infranto ma per farlo non basta l’atto di volere del dominante che fa concessione al dominato di una generosa parità (tanto per fare un esempio: le famose «quote rosa» di rappresentanza politica). È necessario, invece, che il maschio rinunci a quel «non» (della citazione sopra riportata) convincendosi che la sua forza, invece, «deve» essere sempre e comunque giustificata dall’altra. Dove il «giustificarsi» ha un senso di giustizia condivisa. È, ovviamente, un percorso ben più difficile da compiere, ma qualcosa si muove. Stefano Ciccone nel suo recente libro Essere maschi, tra potere e libertà ci mette davanti alla questione più importante: «Un uomo può schierarsi per la parità tra i sessi nell’accesso al potere o al reddito, può battersi contro la violenza sulle donne o la mercificazione dei loro corpi, può affermare il loro diritto a decidere del proprio corpo e a determinare le proprie scelte riproduttive. Ma se ascolterà fino in fondo ciò che queste scelte portano dentro di sé, vedrà che non parlano soltanto delle donne, ma parlano di lui, del suo rapporto con il proprio corpo, con la sua identità di uomo…». Sottoscrivo…

Cambiamo scenario. Come giudichi esperienze come quelle di Castro a Cuba o di Chávez in Venezuela? Quale valore assumono all’interno della lotta contro il capitalismo e l’imperialismo a stelle e strisce?

Sono un castrista da sempre. Ora, sono anche un chaveziano o bolivariano, se preferite. Ma non mi basta la loro dichiarata opposizione all’imperialismo americano, pure importante. Cuba (che ho visitato personalmente e di cui ho dato resoconto con un reportage sul mio vecchio blog) e Venezuela sono soprattutto degli esperimenti in corso d’opera di socialismo nazionale: quella terza via che io auspico fra capitalismo e comunismo. Intendiamoci: nessuna delle due è il fascismo italiano. Né possono esserlo, mutati come sono tempi e dinamiche politico-economiche. Pur tuttavia, come il primo peronismo argentino, rappresentano quanto di meglio un concetto di alternativa al liberismo possa offrire allo studio di chi quell’alternativa, oggi, va cercando.

Nella stessa ottica, come può essere inquadrata l’opera di Putin? L’intesa italo-russa avviata da Berlusconi può giovare all’Italia e aprire nuovi scenari di politica estera?

Non condivido gli entusiasmi di chi vede in Berlusconi un combattente per la sovranità italiana contro i perfidi Usa. Intendiamoci: tutto ciò che sottrae l’Italia all’egemonia Usa in campo politico, economico, culturale etc… è da me valutato con estremo favore. Quindi, tanto per stare alla cronaca recente, l’accordo Italia-Russia che prevede la creazione di un nuovo gasdotto alternativo a quello controllato dagli Usa, mi trova consenziente. Ciononostante, il segnale è ampiamente bilanciato, in negativo, dalla nostra sudditanza agli ordini militari oltreoceanici che ci impongono l’utilizzo dell’esercito, e il sacrificio dei nostri soldati, in quelle guerre, Iraq e Afghanistan, che sono quanto di più lontano dai nostri interessi. Avrei barattato volentieri la conferma della fornitura del gas attraverso la compagnia Nabucco, con il ritiro delle nostre truppe laggiù impropriamente appostate. Inoltre, ho delle perplessità in merito agli interessi pratici dell’accordo South Stream. Ricordo, ad esempio, che l’ex cancelliere della Germania, Gerhard Schröder, sottoscrisse ai tempi del suo cancellierato un accordo con Vladimir Putin per la costruzione di un gasdotto che, passando sotto il Mare del Nord, potesse arrivare a rifornire direttamente il territorio tedesco. Ebbene, sapete che posto è andato ad occupare l’ex cancelliere immediatamente all’indomani della sua sconfitta elettorale ad opera della Merkel? Quello della presidenza del consorzio costituito per la costruzione del gasdotto. Insomma, non mi stupirei troppo se dietro alle grandi insegne politiche ed ideali sventolate da Berlusconi nell’occasione, ci siano interessi – come dire? – un tantinello personali…

Che cosa pensi del processo di unificazione europea? Meglio un’unione “inquinata” da derive liberalcapitalistiche, oppure un rafforzamento delle sovranità nazionali?

Quale processo di unificazione? Il solo processo di unificazione realizzato in Europa è quello delle banche. E quello realizzabile, ammesso che si arrivi a realizzarlo, sarà fortemente viziato da questo processo preliminare. D’altronde, mi atterrisce chi predica il ritorno alle piccole patrie: padane, borboniche, sarde, etc… Come se l’annullamento degli attuali Stati nazionali fosse l’antidoto al male assoluto: il capitalismo finanziario. Il problema da porsi e da risolvere è sempre quello che vale, ad esempio, per il fenomeno dell’immigrazione: finché non asporteremo il tumore, ogni medicina sarà inutile… In primo luogo deve esserci la lotta al capitalismo… Poi, a seguire, in caso di vittoria ci mettiamo seduti ad un tavolino e ragioniamo sugli eventuali nuovi assetti geo-politici. È per questo che mi incazzo sempre quando vedo tanta energia militante disperdersi in battaglie di retroguardia…

Recentemente hai espresso apprezzamenti verso talune prese di posizione di Gianfranco Fini. Che idea ti sei fatto dei suoi ultimi orientamenti politici e culturali?

Non so a cosa sia dovuto il recente ri-orientamento di Fini verso posizioni che un tempo, quando ancora c’era il vecchio Msi e, poi, An, lo trovavano sempre dall’altra parte della mia barricata. Le cose che sostiene oggi Fini (il testamento biologico, la proposta di diritto di cittadinanza agli immigrati regolari, la denuncia e il rifiuto del provvedimento che avrebbe creato i «medici-spia» e i «presidi-spia» contro i clandestini, il richiamo alla laicità dello Stato, il favore da lui espresso al riconoscimento delle coppie di fatto, anche gay, etc…) mi trovano assolutamente d’accordo. Non dovevo prendere atto della sua mutazione politica e culturale perché si è dichiarato antifascista? E perché mai? Io fascista non l’ho mai considerato e credo che non ci si sia considerato mai neanche lui. E non capisco perché da antifascista (Fini) ad antifascista (Berlusconi) debba preferire il secondo al primo, come fa buona parte della destra terminale. In temi di battaglia per i diritti civili non ho dubbi: sto con Fini. Sapendo bene, magari, che domani me lo posso ritrovare a sventolare la più bieca bandiera della reazione. Ma domani è un altro giorno e si vedrà…

Esiste oggi un partito, un movimento, o una personalità che ritieni affine al tuo pensiero?

CasaPound.

«Il Fondo», la tua rivista settimanale online, sta esprimendo una linea di trasversalità e di dialogo, con contributi di scrittori e intellettuali di diversa connotazione politica. Che cosa ti aspetti da questa esperienza e quale messaggio intendi lanciare?

Mi interessa esplorare spazi di discussione inevasa. Lo sto facendo. Continuerò a farlo. Fate di quel che faccio l’uso che volete. Non vedrò la nuova alba. Il domani appartiene a VOI…

Fonte : http://augustomovimento.blogspot.com/2010/02/intervista-miro-renzaglia.html

L’angelo di Fresnes.

Posted febbraio 7, 2010 by NADIR
Categories: Cultura

Il 6 febbraio 1945,  nell’anniversario dell’epica giornata di sanguinosi scontri tra popolo e forze dell’ordine nella sommossa antiparlamentare del 1934, veniva fucilato nel forte di Montrouge Robert Brasillach, colpevole di essere un poeta.
Si era consegnato ai carnefici perché costoro, in nome della democrazia, avevano giurato che in sua assenza  avrebbero ucciso sua madre che non avevano avuto remore a catturare al suo posto.
Del poeta, storico, scrittore, giornalista e saggista, impegnato per cause sublimi fin dal tempo della Guerra di Spagna, benché sia stato assassinato giovane, abbiamo una mole intera di scritti belli, puliti, vibranti.
L’ultima sua produzione sono i Poèmes de Fresnes, la prigione in cui attese la morte e che prese il nome dalla località in cui fu eretta che era tra boschi di frassini (fresnes, in scrittura ancora arcaica col tempo mutata in  frênes per la contrazione dovuta alla caduta della s, vuol dire appunto frassini). Quei Poemi sono di una delicatezza e di una profondità straordinarie